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Verso una nuova riforma europea degli appalti pubblici: criticità e risoluzione del Parlamento UE

Dal prezzo più basso alla qualità, dal sostegno alle PMI alla reciprocità internazionale: il Parlamento europeo indica la strada per la revisione delle direttive sugli appalti pubblici.

 

Gli appalti pubblici rappresentano circa il 14% del PIL dell’Unione europea e svolgono un ruolo cruciale non solo per la crescita economica, ma anche per il sostegno alle piccole e medie imprese (PMI), l’innovazione, la sostenibilità ambientale e la coesione sociale. Attraverso le gare d’appalto è possibile promuovere l’industria locale, creare posti di lavoro di qualità e rafforzare catene di approvvigionamento resilienti, anche nel complesso sistema dei subappalti.

 

La riforma europea degli appalti pubblici
A ricordarlo è il Parlamento europeo che, con la recente risoluzione del 9 settembre 2025, ha aperto la strada a una nuova riforma delle direttive sugli appalti pubblici, con l’obiettivo di superare criticità ormai consolidate: dal ricorso eccessivo al criterio del prezzo più basso alle difficoltà di accesso per le PMI, dai ritardi nei pagamenti alla scarsa trasparenza.

Per l’Italia, il tema non è marginale. Negli ultimi vent’anni i Codici dei contratti hanno avuto una durata sempre più breve: il D.Lgs. n. 163/2006 è rimasto in vigore per dieci anni, fino al D.Lgs. n. 50/2016, adottato per recepire le tre direttive europee del 2014 (2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE). Quest’ultimo è durato nove anni, fino alla riforma del D.Lgs. n. 36/2023, nata non da nuove esigenze europee, ma dalla necessità di razionalizzare un quadro normativo frammentato in un numero eccessivo di provvedimenti attuativi.

In comune ai tre Codici c’è un elemento costante: la continua stratificazione normativa, fatta di modifiche parziali e correttivi che si sono susseguiti senza una visione organica. Ogni intervento ha finito per aggiungere complicazioni anziché semplificare, generando un quadro in continua evoluzione che ha disorientato sia le stazioni appaltanti sia gli operatori economici. Il risultato è stato un sistema instabile, difficile da interpretare e da applicare in maniera uniforme, con inevitabili ricadute in termini di incertezza giuridica, aumento del contenzioso e rallentamento delle procedure.

Oggi si apre un nuovo scenario: se le istituzioni europee approveranno nuove direttive sugli appalti, il Codice del 2023 rischia di avere una vita ancora più breve dei suoi predecessori.

La risoluzione approvata dal Parlamento europeo, che è già stata inviata al Consiglio e alla Commissione UE, si compone delle seguenti sezioni:

  • la parte dei considerando;
  • gli obiettivi strategici;
  • le sfide principali;
  • gli ambiti suscettibili di miglioramento;
  • la trasformazione digitale degli appalti pubblici europei;
  • le raccomandazioni specifiche per il miglioramento degli appalti pubblici europei.

Considerazioni preliminari
La risoluzione del Parlamento europeo prende le mosse da un principio fondamentale: gli appalti pubblici non sono meri strumenti di spesa, ma leve decisive di politica economica e industriale. L’esperienza delle direttive del 2014 ha mostrato come un impianto normativo moderno non basti, se poi la sua applicazione nei diversi Stati membri si traduce in disparità, incertezze e scarsa omogeneità.

La frammentazione interpretativa e l’uso prevalente del prezzo più basso hanno svuotato di contenuto il disegno iniziale, che puntava a qualificare gli appalti come volano di innovazione, sostenibilità e coesione.

La risoluzione ribadisce che ogni euro speso deve produrre un ritorno misurabile in termini di valore sociale, ambientale e industriale, e non solo economico.

In questo quadro, diventa centrale anche la questione internazionale: l’UE non può continuare a mantenere un mercato totalmente aperto se operatori provenienti da Paesi terzi non rispettano gli stessi standard ambientali, sociali e del lavoro. Da qui l’invito a coniugare apertura e reciprocità, in modo da evitare distorsioni concorrenziali.

Il Parlamento ha messo nero su bianco una serie di criticità che noi operatori del settore conosciamo bene. In primo luogo, la carenza di competenze e personale nelle amministrazioni locali e regionali, che si traduce in procedure lente, onerose e spesso mal gestite.

Nonostante il quadro normativo incoraggi l’offerta economicamente più vantaggiosa, la realtà è che il criterio del prezzo più basso continua a dominare, con effetti deleteri: abbassamento della qualità dei lavori e dei servizi, compressione dei margini delle imprese e rischi crescenti di lavoro irregolare.

La Corte dei conti europea ha confermato un calo della concorrenza, con gare sempre più spesso aggiudicate a un solo offerente, segnale di un mercato poco dinamico e scarsamente attrattivo. Per le PMI il sistema rimane di fatto ostile: gare dimensionate per grandi operatori, requisiti sproporzionati e ritardi nei pagamenti rendono difficile la partecipazione.

Sul piano internazionale, le imprese europee pagano la concorrenza sleale di operatori extra-UE sostenuti da sovvenzioni o protetti da mercati chiusi, mentre l’UE resta il mercato più aperto al mondo.

A questo si sommano i rischi legati a corruzione, subappalto poco trasparente e disomogeneità nell’attuazione delle direttive.

Ultimo appunto riguarda la digitalizzazione del ciclo di vita dei contratti che, pur essendo riconosciuta come leva di semplificazione, nei fatti si è dimostrata inefficiente e un aggravio burocratico (soprattutto nei piccoli appalti).

 

Obiettivi strategici
Gli obiettivi strategici fissati dalla risoluzione sono molto chiari: trasformare gli appalti da semplice strumento di acquisto a politica pubblica capace di generare valore diffuso.

Non si tratta più solo di selezionare il miglior fornitore, ma di orientare la spesa pubblica verso innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale e coesione territoriale.

In questo senso, l’offerta economicamente più vantaggiosa viene indicata come criterio imprescindibile, da declinare attraverso parametri oggettivi e misurabili:

  • qualità tecnica;
  • riduzione dell’impatto ambientale;
  • innovazione digitale;
  • rispetto dei contratti collettivi;
  • promozione dell’occupazione qualificata.

L’idea di fondo (certamente apprezzabile) è che ogni contratto pubblico debba rappresentare un investimento per la collettività e non un costo da comprimere al minimo.

 

Sfide principali
Le sfide da affrontare sono tutt’altro che teoriche e incidono sulla quotidianità delle stazioni appaltanti e degli operatori:

  1. la prima è la frammentazione del mercato interno, con regole applicate in maniera diversa da Stato a Stato, che vanifica il potenziale del mercato unico;
  2. la seconda riguarda le PMI, che continuano a essere marginalizzate da bandi cuciti su misura per grandi operatori e da requisiti economico-finanziari sproporzionati;
  3. la terza sfida è culturale: molte amministrazioni faticano a spostarsi dalla logica del prezzo più basso a quella della qualità, perché temono contestazioni e ricorsi, rifugiandosi in scelte “difensive” che però depotenziano il sistema.

Non va trascurata la questione della reciprocità: le imprese europee, spesso penalizzate da costi più alti legati a standard ambientali e sociali elevati, si trovano a competere con operatori esteri che non hanno gli stessi vincoli. Da qui l’urgenza di introdurre regole di accesso al mercato più equilibrate.

 

Ambiti suscettibili di miglioramento
Ci sono aree che la risoluzione indica chiaramente come suscettibili di miglioramento:

  • la semplificazione procedurale con bandi meno complessi e più uniformi che ridurrebbero tempi e contenziosi, restituendo fiducia agli operatori;
  • le competenze delle stazioni appaltanti (problema italiano atavico): senza adeguata formazione del personale, qualsiasi riforma rischia di restare lettera morta;
  • la trasparenza, che deve tradursi in regole semplici e controlli efficaci, evitando che le differenze interpretative tra Stati membri frammentino ulteriormente il mercato interno;
  • la dimensione transfrontaliera: oggi gli appalti diretti tra imprese e amministrazioni di Paesi diversi restano residuali (circa il 5%), ma rappresentano un’occasione da cogliere per sfruttare appieno il potenziale del mercato unico.

Trasformazione digitale degli appalti
La digitalizzazione viene riconosciuta come la vera leva di svolta per rendere il sistema più efficiente e trasparente. Piattaforme interoperabili, semplici e sicure possono ridurre drasticamente i costi amministrativi e facilitare l’accesso delle PMI.

Non si tratta solo di velocizzare le procedure, ma di garantire tracciabilità completa delle operazioni, rafforzare i controlli e prevenire la corruzione.

È evidente che senza un’infrastruttura digitale affidabile e protetta, il rischio è di moltiplicare i problemi: da qui l’insistenza sulla cybersicurezza, oggi imprescindibile in un settore che movimenta centinaia di miliardi di euro.

La digitalizzazione non è quindi un fine in sé, ma uno strumento per migliorare la qualità, ridurre gli oneri e garantire uniformità di applicazione delle regole.

 

Raccomandazioni specifiche
La parte conclusiva della risoluzione è ricca di raccomandazioni concrete. Tra le più rilevanti:

  • la promozione della suddivisione in lotti per facilitare la partecipazione delle PMI;
  • la semplificazione delle procedure per ridurre tempi e contenziosi;
  • la previsione di pagamenti rapidi, che rappresentano un elemento vitale per la liquidità delle imprese.

Viene posto l’accento sul rafforzamento della formazione del personale delle stazioni appaltanti, perché senza competenze adeguate ogni innovazione normativa rischia di rimanere inefficace.

Sul fronte dei criteri di aggiudicazione, la risoluzione invita a rendere più diffuso e, in certi casi, obbligatorio il ricorso a parametri ambientali e sociali, così da allineare gli appalti agli obiettivi europei di transizione ecologica e inclusione.

Particolare attenzione è riservata al subappalto, che deve restare uno strumento di apertura del mercato e non diventare un canale di sfruttamento o di aggiramento delle regole.

Infine, il tema della reciprocità internazionale: l’accesso al mercato europeo deve essere condizionato al rispetto di standard equivalenti, evitando che le imprese dell’UE vengano penalizzate da una concorrenza sleale.

 

Conclusioni
La risoluzione del Parlamento europeo segna un passaggio cruciale: gli appalti pubblici non possono più essere gestiti come semplici procedure amministrative, ma devono diventare strumenti strategici di sviluppo.

Il messaggio che emerge è duplice:

  • da un lato, occorre spostarsi definitivamente dalla logica del prezzo più basso verso criteri qualitativi legati a innovazione, sostenibilità e inclusione;
  • dall’altro, bisogna garantire che le imprese europee operino in condizioni di concorrenza equa, sia all’interno del mercato unico che rispetto agli operatori internazionali.

Accanto a queste prospettive, non possono però essere trascurate alcune preoccupazioni di carattere operativo. Il legislatore italiano, negli ultimi anni, ha mostrato una crescente tendenza a intervenire con riforme frequenti e spesso frammentarie, senza tenere conto che il vero motore di un sistema efficiente è la stabilità normativa. Senza un quadro chiaro e duraturo, le amministrazioni si trovano costrette a inseguire continue novità, con aggravio di lavoro e rischio di errori applicativi.

Inoltre, qualsiasi nuova riforma europea che richieda un adeguamento del Codice italiano non può prescindere da un periodo transitorio minimo di 12-24 mesi, indispensabile per consentire a stazioni appaltanti, operatori economici e professionisti di organizzarsi e adeguare procedure interne, piattaforme digitali e competenze. Senza questa gradualità, ogni riforma rischia di tradursi in instabilità, disorientamento e, in ultima analisi, rallentamento delle stesse procedure che dovrebbe accelerare.

 

 

 

FONTI      Gianluca Oreto      “LavoriPubblici.it”

Categorized: News