Secondo la banca dati Accredia, in Italia sono oltre 8.200 i profili già certificati come Bim manager, Specialist o Coordinator
Il Building Information Modeling (Bim) rappresenta, per architetti e ingegneri, una porta di accesso a nuove funzioni di consulenza, formazione e supporto alla pubblica amministrazione, soprattutto con l’introduzione nel Codice appalti dell’obbligo di utilizzare il Bim per le gare sopra i due milioni (dal 1° gennaio 2026, la soglia scenderà a un milione).
La trasformazione si coglie nei numeri: secondo la banca dati Accredia, che raccoglie le certificazioni rilasciate dagli organismi accreditati come Icmq, Bureau Veritas e Rina Services, in Italia sono oltre 8.200 i profili già certificati come Bim manager, Specialist o Coordinator. «Il Bim non è solo una questione di modelli tridimensionali, ma di protocolli e regole che definiscono come i dati devono essere gestiti e condivisi», osserva Diego Zoppi, consigliere del Consiglio nazionale architetti (Cnappc) e del Consiglio degli architetti d’Europa. «Fino ad oggi si è lavorato con protocolli nazionali, ma a livello europeo si sta discutendo uno standard uniforme. La compresenza di diverse figure professionali, dal manager che imposta le regole agli specialisti e ai coordinator che le applicano, dimostra quanto l’ecosistema sia complesso e sia necessario investire in competenze».
La consulenza nella formazione
Il mercato della formazione è presidiato soprattutto da enti privati, sia specializzati quali Harpaceas o NTI Italy, sia generalisti, a partire dal Sole 24 Ore (con il logo Sole 24 Ore Formazione) che ha proposto di recente un corso Bim negli appalti pubblici e da TeamSystem. Tutti affiancano professionisti e stazioni appaltanti con corsi, seminari, consulenze e pacchetti formativi.
«Siamo molto attivi verso la pubblica amministrazione», conferma Alessio Bertella, partner di Harpaceas. «I nostri clienti principali sono i responsabili unici del procedimento (Rup) e le figure dirigenziali, soprattutto negli uffici tecnici che si occupano di lavori pubblici ed edilizia privata. Non si tratta solo di dare supporto con percorsi formativi. Al contrario, spesso vengono sviluppati progetti di accompagnamento e consulenza, per integrare competenze e trasferire saperi».
Anche il Consiglio nazionale degli ingegneri si sta muovendo per la formazione. «Abbiamo organizzato giornate di approfondimento con enti locali, associazioni di Rup e imprese», racconta Sandro Catta, consigliere Cni. «Serve formazione su due livelli. L’alfabetizzazione di base per chi arriva dal cantiere senza esperienza digitale e una formazione specialistica avanzata. Per questo abbiamo promosso webinar nazionali, corsi negli ordini territoriali e convenzioni con grandi player privati. Inoltre, attraverso Cert’ing, agenzia riconosciuta da Accredia, abbiamo messo a disposizione uno schema che certifica le competenze Bim di ingegneri e altre figure tecniche».
Un punto chiave resta il ruolo delle stazioni appaltanti e dei responsabili unici del procedimento. In Italia i Rup sono circa 123.500 e gestiscono ogni anno procedure per oltre mille miliardi tra lavori, servizi e forniture. «La formazione a torto non viene ancora considerata un investimento indispensabile a supporto di una classe di tecnici cardine per il Paese, perché gestiscono risorse pubbliche ingenti e operano scelte essenziali per la qualità del quotidiano», osserva Daniele Ricciardi, presidente di Assorup.
«Il Codice prevede incentivi e premialità, ma il 50% delle stazioni appaltanti non li eroga e, secondo una nostra indagine, alla formazione vengono destinate risorse troppo esigue. Una deriva che va invertita». Dal lato delle associazioni, Lorenzo Nissim, presidente di iBIMi BuildingSMART Italia, sottolinea che più della certificazione in sé conta l’approccio culturale: «Il Bim deve permeare la qualità complessiva del progetto, creando un linguaggio comune tra professionisti, imprese e Pa. In questo quadro cresce il bisogno di formatori capaci di generare consapevolezza e competenze».
I professionisti
Un cambio di prospettiva che trova conferma nelle esperienze personali degli stessi professionisti. «La forza di questo movimento è nella capacità di creare comunità che si aiutano, condividono esperienze e sviluppano mentorship», osserva Laura Tiburzi, referente italiana di Women in Bim. «Il valore aggiunto non è solo tecnico. Si tratta di un modo diverso di lavorare, più inclusivo e collaborativo, che mette al centro la condivisione delle informazioni e delle decisioni».
Barbara Salamone, architetto e Bim manager, ha affiancato alla progettazione un forte impegno nella formazione: «Il Bim è diventato uno strumento per accompagnare i tecnici nei processi di digitalizzazione. Non basta conoscere le regole, serve mostrare come possano migliorare la gestione quotidiana delle commesse».
E Annachiara Castagna, ingegnere, esperta di energetica conclude: «Serve superare il pensiero di una formazione ridotta a mere procedure. Il Bim può e deve diventare un abilitatore di sostenibilità e inclusione e con l’intelligenza artificiale l’accesso alla digitalizzazione auspichiamo possa diventare più democratico».
FONTI Maria Chiara Voci “Enti Locali & Edilizia”
