Skip to content
Close
Hit enter to search or ESC to close

Caro-materiali: emergenza in 12.917 cantieri per 91 miliardi. Sicilia, Lombardia e Veneto le regioni più esposte

Studio Ance sulla geografia delle opere a rischio blocco per crisi di liquidità. Per un terzo si tratta di lavori Pnrr. Sguardo rivolto alle possibili soluzioni con gli emendamenti alla Manovra

 

Sono 12.917 le opere attualmente in esecuzione, per 90,929 miliardi di euro, per le quali – dopo la fine degli strumenti emergenziali Covid-inflazione – non esiste più una compensazione stabile tra prezzi di gara e aumenti effettivi registrati negli ultimi due anni. Dentro questo perimetro si collocano ben 4.367 interventi finanziati dal Pnrr per 36,377 miliardi, un terzo dell’intero stock a rischio blocco per crisi finanziaria. Con effetti potenzialmente esplosivi sulla messa a terra del Piano, sul cronoprogramma delle opere e sulla liquidità delle imprese, già oggi compressa dal gap crescente tra prezzi dei materiali e importi contrattuali congelati ai listini di due-tre anni fa.

A fotografare la ricaduta territoriale del caro-materiali sui cantieri, avviati prima dell’entrata in vigore del Codice (1° luglio 2023) e per questo rimasti fuori da ogni forma di adeguamento prezzi da fine 2024, è uno studio elaborato dall’associazione nazionale costruttori, che da mesi lancia l’allarme sull’entità del fenomeno dei cantieri che non dispongono di alcun meccanismo di compensazione.

 

La geografia del rischio
L’analisi Ance scompone lo scenario regione per regione e mostra una distribuzione tutt’altro che uniforme. La Sicilia guida la classifica per valore economico dei cantieri esposti, con 14,271 miliardi di lavori attivi senza meccanismi di adeguamento, seguita da Lombardia (11,106 miliardi) e Veneto (8,751 miliardi). Se invece guardiamo al numero assoluto di interventi, in testa c’è la Lombardia con 1.509 cantieri, poi Campania e Lazio intorno alla soglia del migliaio. Il Mezzogiorno complessivamente vale 4.872 interventi per 34,803 miliardi, il Nord 39,899 miliardi, il Centro 15,220 miliardi.

 

Fonte: Ance
La concentrazione al Sud non è solo statistica: coincide con aree dove il Pnrr pesa in misura decisiva nella pipeline dei lavori pubblici e dove i margini finanziari per coprire extracosti sono spesso più ristretti. In Campania, ad esempio, risultano 1.052 cantieri senza adeguamento per 8,558 miliardi, un terzo dei quali Pnrr. In Calabria 657 cantieri per 1,555 miliardi, in Puglia 895 cantieri per 5,365 miliardi.

Il dato Pnrr, regione per regione, racconta molto: 363 cantieri vulnerabili in Campania, 391 nel Lazio, 481 in Lombardia, 323 in Veneto, 337 in Emilia Romagna, 341 in Toscana, 320 in Puglia, 273 in Sicilia, e così via. Ogni numero è un progetto potenzialmente bloccabile, un contenzioso probabile, un Sal che rischia di non avanzare.

Il grafico elaborato da Ance mostra come la massa più consistente degli affidamenti sia maturata tra il 2021 e il 2022, nel pieno della crisi inflattiva. Gli appalti banditi prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice (1° luglio 2023) – quelli cui si riferisce il dibattito parlamentare di queste settimane – rappresentano quasi la totalità del problema. Chi ha firmato contratti in quegli anni si trova oggi a costruire con costi reali anche del 30-40% superiori rispetto alle basi d’asta, senza più ristori automatici né revisione prezzi strutturale. Un corto circuito noto, ma ora misurato con precisione.

 

Il tentativo politico legato alla Manovra
Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, il Governo e la maggioranza stanno cercando di intervenire. In Senato è in discussione l’emendamento della Lega – prima firmataria Tilde Minasi – che prova a stabilizzare la compensazione per le 13mila opere pre-Codice, superando la logica delle proroghe annuali degli aiuti con un tampone da 2,25 miliardi per gli extra-costi contabilizzati nel 2025, finora rimasti senza alcuna protezione normativo-finanziaria. Il testo punta ad introdurre una revisione prezzi fissa e continuativa, applicata ai Sal contabilizzati dal 2026 fino a fine lavori, finanziata non con risorse statali aggiuntive ma attraverso una rimodulazione interna delle opere nelle stazioni appaltanti, cancellando e riprogrammando quelli meno avanzati per liberare margini per quelli in fase operativa.

Un disegno «a copertura interna» dal 2026 in poi, che prova a risolvere anche il nodo del pregresso 2025, cioè gli extra-costi già maturati e oggi senza copertura con fondi da 2,25 miliardi coperti strappando risorse al Fondo per gli interventi strutturali di politica economica e quello per le opere indifferibili.

È chiaro che lo studio Ance non si limita a fotografare un fenomeno: fornisce la massa critica del rischio sistemico sul quale il Governo sarà costretto a prendere una posizione. Senza un meccanismo di adeguamento prezzi o un ristoro del pregresso, 12.917 cantieri restano appesi a un quadro economico che non riflette più i prezzi reali. E tra questi, oltre un terzo sono progetti Pnr, spesso con milestone ravvicinate e penali di ritardo.

Il tema non è più dunque solo legato alla sopravvivenza delle imprese: è attuazione del Piano, spesa pubblica, tempi di consegna di scuole, ospedali, strade, rigenerazioni urbane. Senza un correttivo, la fragilità contrattuale rischia di diventare fragilità operativa.

 

 

 

FONTI     Mauro Salerno      “Enti Locali &  Edilizia”

IMMAGINE                           “Enti Locali &  Edilizia”

Categorized: News