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Costruttori all’attacco sul Recovery: con queste regole se ne farà meno della metà

In audizione alla Camera anche l’Ad di Rfi Fiorani: serve sforzo imponente, speriamo progettisti e imprese si facciano trovare pronti

Costruttori all’attacco sul Recovery plan. In una giornata densa di audizioni alla Camera sulla bozza di piano messa in campo dall’ex governo Conte fa notizia la dura presa di posizione dei costruttori che denunciano il rischio che quel piano – come tanti altri del recente passato – rimanga sulla carta, in assenza di un netta semplificazione delle autorizzazioni agli interventi e delle procedure di spesa. Con il governo Draghi alle porte è chiaro che quel piano verrà cambiato. Non per questo la denuncia dei costruttori perde di rilievo. Anzi. Assume tanta più importanza alla luce del fatto che con un nuovo governo a occuparsene ci saranno probabilmente maggiori margini di manovra per rimettere mano ai nodi che rischiano di minarne il successo.

Recovery solo un elenco di idee irrealizzabili senza riforme
«Con le regole e il modello decisionale attualmente in vigore, meno del 50% del Piano potrà essere realizzato», ha attaccato Buia di fronte alle commissioni riunite Bilancio e Trasporti della Camera. Buia non risparmia critiche alla bozza di Pnrr, che giudica né più né meno di «una raccolta di idee e di programmi non coordinati tra loro che difficilmente potranno innescare quel percorso di crescita e benessere di cui il nostro Paese ha disperato bisogno».

«La proposta presentata dal Governo non spiega come intende realizzare concretamente il Piano, considerando la scarsa capacità di spesa dell’amministrazione pubblica – continua il presidente dell’Ance – . Non ci sono indicazioni chiare su quali siano i progetti disponibili e su come si intenda agire per assicurare piena funzionalità ed efficienza a una Pa ormai depotenziata, a corto di professionalità e fortemente disincentivata». Crepe che rischiano di minare sul nascere «l’intera efficacia del piano», nonostante le misure di interesse per le costruzioni ammontino a 114 miliardi, di cui 63, ricostruisce l’associazione, per interventi da realizzare ex novo.

No a moltiplicazione di piani e procedure: imparare dai flop del passato
Buia ricorda che «nel nostro Paese servono circa 5 anni per realizzare, collaudare e rendicontare opere inferiori a 1 milione di euro e più di 15 anni per le grandi opere (oltre 100 milioni di euro)». E aggiunge che «dopo 7 anni, abbiamo speso solo il 6% del Fondo Sviluppo e Coesione e il 40% dei Fondi strutturali europei» e che «della legge di bilancio 2017 a dicembre del 2020 sono state solo bandite le gare per utilizzare le risorse disponibili. Bando non vuol dire cantiere. Tra la pubblicazione di un bando e l’apertura di un cantiere passano anni!». Al contrario «le riforme indicate nella proposta di Piano sono del tutto insufficienti a garantire la spendibilità e la rendicontazione delle risorse nei tempi previsti». Di qui la richiesta di «ricondurre ad un’unica procedura i molteplici programmi di spesa previsti nel Piano e destinati agli enti locali». Mentre «per quanto riguarda gli interventi di livello nazionale, occorre mettere fine alla giungla dei programmi e delle procedure ministeriali e alla babele dei pareri e veti incrociati delle amministrazioni statali nell’attivazione delle risorse e rendere subito disponibili le risorse stanziate».

L’Ance propone per tutti gli interventi un’unica procedura con quattro passaggi: assegnazione delle risorse entro un tempo limitato e certo; avvio dell’opera entro un termine perentorio pena la perdita dei finanziamenti, come è già stato sperimentato con i comuni secondo il «modello spagnolo»; realizzazione dell’opera secondo un cronoprogramma definitivo e vincolante; attivazione di meccanismi premiali per quelle stazioni appaltanti che riescono effettivamente a contabilizzare i lavori in tempi rapidi.

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Occhio ai commissari: rivelano che il sistema non funziona
Non poteva mancare un passaggio dedicato a deroghe e commissari. Per i costruttori l’ampio ricorso dalle deroghe «dimostra che il sistema non funziona». E il fatto che le deroghe previste dal Dl semplificazioni siano tarate solo sulla fase di gara e per giunta temporanee sposta l’attenzione su quali regole si applicheranno una volta che questa soluzione «di dubbia efficacia» verrà meno. «Il corpo normativo che ormai regola il mercato delle opere pubbliche appare sempre più frammentato, confuso e vittima di continui interventi di modifica nella ricerca vana di trovare soluzioni a problemi che sono strutturali e che andrebbero affrontati in modo organico», spiega Buia. «Il codice degli appalti – conclude – ha fallito il suo compito e sarebbe ora di voltare pagina».

Fiorani (Rfi); serve sforzo imponente, speriamo imprese e progettisti pronti
A rimarcare in Parlamento l’utilità dei commissari almeno in questa fase è stata invece la neo amministratrice delegata (oltre che Dg) di Rfi Vera Fiorani. I commissariamenti per le grandi opere «sono uno strumento utile a rendere più rapida la realizzazione dei progetti», ha detto Fiorani, che è stata chiamata in prima persona a svolgere il ruolo di commissario in alcune delle grandi opere ferroviarie previste dal Dpcm Conte ora all’esame del Parlamento. Per le ferrovie, ha ricordato Fiorani, «sono previsti sette commissari per 16 opere». «I commissari – ha aggiunto – non possono fare miracoli, ma possono segnare il ritmo dei progetti grazie ai loro ampi poteri».

Il punto è la capacità di trasformare il piano in realtà attivando le opere finanziate dal Next generation Eu entro il 31 dicembre 2026 come chiede l’Europa. Fiorani ha sottolineato che l’approvazione del contratto di programma, lo strumento che rende concretamente disponibili i fondi stanziati per le ferrovie, sconta «un percorso approvativo particolarmente difficile e articolato». Per portare a termine l’ultimo contratto di programma ci sono voluti tre anni: dal dicembre 2017 allo stesso mese del 2020. «Speriamo – ha aggiunto Fiorani – di non ripetere l’esperienza con le risorse che il Recovery plan ci mette a disposizione».

Anche la velocizzazione delle procedure rischia di non essere sufficiente senza un cambio di marcia in tutta la catena di responsabilità. Fiorani non tace la difficoltà della sfida che aspetta Rfi in qualità di gestore e committente, ma non rinuncia neppure a chiamare in causa il ruolo (e si direbbe le fragilità) di progettisti e costruttori. «Per far fronte al Recovery dovremo raddoppiare la produzione 2019 che è stata molto simile al 2020 – ha concluso Fiorani -. Si tratta di uno sforzo organizzativo notevole, che non è solo di Rfi che lo guiderà, ma che è anche dei tecnici che dovranno fornirci progettazioni e direzioni lavori e soprattutto delle imprese che dovranno realizzare questi lavori e che speriamo di trovare pronte a concorrere a una sfida di queste dimensioni».

FONTI: Mauro Salerno Edilizia e Territorio

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