Al Key Energy di Rimini le prime ipotesi di riforma: ripensare l’articolo 193 del Codice appalti e costruire procedure «incrementali» tra pubblico e privato per salvare l’iniziativa privata
Dopo lo stop della Corte di giustizia Ue al diritto di prelazione nel project financing a iniziativa privata, il cantiere delle soluzioni normative è aperto. E la strada che si sta facendo largo tra operatori, accademici e politica è quella di un rafforzamento del dialogo competitivo come architrave per ridisegnare le procedure di partenariato pubblico-privato.
L’indicazione arriva dal convegno «Ppp quale futuro?» organizzato da Assistal (l’assoiazione che riunisce le imprese specializzate negli impianti e nelle soluzioni di efficientamento energetico) nell’ambito di Key Energy, la fiera della transizione energetica a Rimini. Al centro del confronto la sentenza della Corte di giustizia dello scorso 5 febbraio che ha dichiarato incompatibile con il diritto europeo la prelazione riconosciuta al promotore nella finanza di progetto a iniziativa privata, aprendo una fase di ridefinizione delle regole del gioco per uno degli strumenti più utilizzati per attivare investimenti infrastrutturali.
Una scossa che impattato pesantemente sulle imprese, preoccupate di non poter fare più affidamento su uno strumento che dimostrato di funzionare bene soprattutto nel settore delle soluzioni energetiche per gli immobili pubblici, senza contare i tanti contratti in corso per la gestione dell’illuminazione comunale.
La formula dell’iniziativa privata rappresenta oggi la quota largamente prevalente in questo tipo di operazioni. Come ha ricordato Veronica Vecchi, docente di «Practice of business governement» alla Sda Bocconi School of Management, il partenariato pubblico rappresenta circa il 12% del mercato dell’e-procurement, ma il peso cresce enormemente quando si guarda ai progetti di investimento. «Il Ppp a iniziativa privata con promotore arriva a rappresentare l’85% del totale dei contratti quando l’oggetto sono investimenti e supera il 90% per le operazioni oltre i 100 milioni di euro». Numeri che spiegano perché l’eliminazione del diritto di prelazione rischia di produrre un effetto di blocco sul mercato proprio mentre l’economia italiana entra nella fase post-Pnrr e deve trovare nuove leve per sostenere gli investimenti.
Il nodo è noto: senza una qualche forma di riconoscimento per il promotore che presenta la proposta, il rischio è che le imprese smettano di investire risorse nella fase progettuale. A ricordarlo è stato il presidente di Assistal Roberto Rossi, che ha richiamato il peso economico delle proposte di project financing. «Il Ppp è l’unico strumento che permette di realizzare opere complesse e progettazioni importanti», ha spiegato. Ma senza una forma di premialità il sistema rischia di fermarsi. «In alcune operazioni si spendono 500mila o anche un milione di euro solo per presentare la proposta. E non basta il rimborso a tutelare chi si assume l’onere di mettere in piedi un iniziativa simile». Il risultato, secondo Rossi, è una fase di incertezza che sta congelando le decisioni delle imprese. «Al momento le aziende stanno alla finestra e non sanno come comportarsi. Siamo in impasse in un settore ipercompetitivo che rischia di perdere uno strumento che finora ha funzionato bene».
Da qui la necessità di individuare una nuova architettura procedurale capace di salvaguardare l’iniziativa privata senza riproporre meccanismi incompatibili con il diritto europeo. Ed è proprio su questo terreno che prende corpo l’ipotesi di rafforzare il dialogo competitivo, uno strumento già previsto dalle direttive europee e recepito dal Codice dei contratti pubblici.
La soluzione potrebbe passare attraverso una sorta di «sartorializzazione» del Ppp, basata su un processo incrementale di costruzione del progetto tra pubblico e privato. «Bisogna partire da proposte più leggere e poi innovare progressivamente», ha spiegato Vecchi. «Gli aspetti di allocazione del rischio, gli indicatori di performance e il piano economico finanziario possono essere affinati progressivamente in un dialogo tra amministrazione e operatori. Questo processo incrementale nelle direttive europee e nel nostro codice esiste già e si chiama dialogo competitivo».
L’idea, quindi, sarebbe quella di riconfigurare l’articolo 193 del Codice dei contratti, che disciplina il project financing a iniziativa privata, agganciando la proposta del promotore a una fase strutturata di dialogo competitivo. Un percorso che consentirebbe di preservare il contributo progettuale del privato ma allo stesso tempo garantire una competizione effettiva tra operatori. Una linea di intervento che trova sponde anche sul fronte politico.
«Sicuramente il dialogo competitivo, a partire dalla proposta di iniziativa privata che già il codice appalti prevede, può essere la strada giusta» ha sottolineato Erica Mazzetti, responsabile del dipartimento Lavori pubblici di Forza Italia, per cui la sentenza europea rappresenta «una sfida tecnica basata sull’innovazione tecnologica, digitale e qualitativa». Mazzetti ha annunciato l’intenzione di lavorare a una risoluzione di indirizzo al Governo per suggerire una revisione della disciplina del project financing proprio in questa direzione.
Tra le ipotesi allo studio anche una revisione dei criteri di valutazione delle offerte, rafforzando sempre più il peso degli aspetti qualitativi e prestazionali rispetto alla dimensione economica.
Sulla stessa linea anche Massimo Milani, segretario della Commissione Ambiente e Lavori pubblici della Camera per Fratelli d’Italia. Secondo Milani la sentenza europea non rappresenta una sorpresa. «Già dal 2008 ci sono contestazioni sulla prelazione», ha ricordato. La decisione della Corte chiude definitivamente quella fase, ma non mette in discussione il ricorso al partenariato pubblico-privato come strumento per realizzare infrastrutture.
Tra le possibili risposte, ha spiegato il deputato, ci sono diverse opzioni: rafforzare l’iniziativa pubblica, ipotesi però complicata dalla debolezza della progettazione nelle amministrazioni; oppure tornare a procedure più articolate. Ma tra le alternative la più convincente resta proprio quella del dialogo competitivo. «È uno strumento già presente nel codice e che si attaglia perfettamente a questa situazione», ha osservato Milani. Ricordata anche la possibilità di rivedere il sistema dei rimborsi per il promotore non aggiudicatario. Oggi la normativa prevede un riconoscimento pari al 2,5% del valore dell’investimento, una percentuale che gli operatori ritengono del tutto insufficiente a compensare il rischio progettuale.
FONTI Mauro Salerno “Enti Locali & Edilizia”
