Ciucci (Ance): il decreto Mit da 695,9 milioni «è solo una graduatoria degli ammessi». Pagamenti ancora incompleti sulla quarta finestra 2024: mancano 214 milioni. «Così accumuliamo due anni di ritardo»
Il decreto del Mit che assegna altri 695,9 milioni ai cantieri pubblici colpiti dal caro-materiali, pubblicato nei giorni scorsi dal ministero delle Infrastrutture, per le imprese rappresenta tutt’al più una fotografia del fabbisogno ancora da coprire, ma non un reale sblocco di risorse. Il nodo, spiegano i costruttori, è che il decreto direttoriale 54 del 30 aprile 2026 relativo alla prima finestra 2025 si limita ad ammettere le domande al Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche, ma non comporta automaticamente l’effettiva erogazione delle somme alle stazioni appaltanti e quindi alle imprese esecutrici. In altre parole, il Mit certifica che le richieste sono considerate ammissibili, ma i soldi per pagare le compensazioni dovute alle imprese continuano a mancare.
La situazione viene descritta con preoccupazione dall’Ance, che stima in circa 2 miliardi di euro i ristori ancora da corrispondere alle aziende per compensazioni già maturate tra il 2024 e il 2025. Una massa di risorse che le imprese considerano già dovute e che invece resta bloccata a causa dell’esaurimento delle disponibilità di competenza e di cassa.
Secondo Antonio Ciucci, ex presidente di Ance Roma – Acer e delegato Ance sul tema del caro-materiali, il problema è ormai strutturale. «Noi dobbiamo ancora ricevere 214 milioni dell’ultima finestra 2024», spiega. «Di questi, circa 100 milioni sarebbero teoricamente di competenza, ma il Mit non ha la cassa per pagarli. Già questo fa capire come stiamo messi».
I numeri elaborati dall’Ance mostrano infatti che i pagamenti della quarta finestra 2024, relativa a compensazioni per 693,7 milioni, risultano ancora «in corso ma non completati»: sarebbero stati erogati circa 480 milioni, mentre mancano ancora all’appello 214 milioni. Nel frattempo il ministero ha già proceduto alla ripartizione della prima finestra 2025, da 695,9 milioni, mentre resta ancora da ripartire la seconda finestra 2025, stimata in circa 1,08 miliardi. Il risultato, secondo i costruttori, è un progressivo accumulo di ritardi nei pagamenti che rischia di scaricarsi interamente sulla liquidità delle imprese.
I decreti di ripartizione, insomma, certificano la posizione delle istanze e la loro quantificazione, ma non distribuiscono fisicamente le risorse destinate alle compensazioni. Perché per procedere con le liquidazioni occorre la copertura finanziaria. E oggi, sottolineano le imprese, quella copertura non c’è. Le disponibilità di competenza e di cassa per il 2026, segnala il documento predisposto dall’Ance, risultano già esaurite, rendendo impossibile procedere con ulteriori pagamenti nel corso dell’anno senza nuovi stanziamenti.
Per questo i costruttori chiedono un intervento urgente nell’ambito dell’assestamento di bilancio atteso tra fine giugno e inizio luglio. Secondo le stime dell’associazione servirebbero almeno 910 milioni per chiudere i pagamenti relativi al 2024 e avviare quelli del 2025. «Quello che stiamo chiedendo – spiega Ciucci – è che nell’assestamento si trovino subito le risorse necessarie almeno per coprire i 100 milioni ancora scoperti del 2024 e la prima finestra 2025. Parliamo di almeno 800-900 milioni».
La situazione appare ancora più critica guardando agli stanziamenti futuri. Per il 2027 la legge di Bilancio ha previsto una dotazione di 500 milioni di euro, ma secondo Ance questa cifra consentirebbe di coprire appena un quarto del fabbisogno complessivo maturato. «In pratica – continua Ciucci – oggi ci sono 100 milioni teoricamente disponibili e 500 milioni previsti per il 2027. Ma nel frattempo il fabbisogno complessivo supera i 2 miliardi. Così ci ritroviamo con un gap di quasi due anni».
Il paradosso è che mentre il sistema continua a smaltire i pagamenti della quarta finestra 2024, il Mit ha già ammesso le domande della prima finestra 2025 e si prepara a esaminare anche la seconda finestra relativa ai lavori eseguiti tra giugno e dicembre 2025. Secondo le stime dell’Ance, solo il 2025 vale circa 1,8 miliardi di compensazioni complessive tra la prima e la seconda finestra. Il rischio segnalato dalle imprese è che il ritardo nella liquidazione dei ristori finisca per compromettere la continuità dei cantieri, soprattutto quelli di dimensioni minori.
«Le grandi stazioni appaltanti come Rfi – osserva Ciucci – probabilmente riusciranno a trovare margini di rimodulazione all’interno dei loro accordi di programma. Ma il problema riguarda soprattutto i piccoli comuni». Il riferimento è alle nuove regole introdotte dalla legge di Bilancio che, dal 2026, superano il meccanismo centralizzato del Fondo ministeriale scaricando sulle stazioni appaltanti il compito di reperire le risorse necessarie a coprire il caro-materiali all’interno dei quadri economici delle opere o tramite rimodulazioni dei programmi di investimento.
Una soluzione che, secondo l’Ance, rischia però di funzionare solo per le amministrazioni più strutturate. Ciucci racconta il caso di un piccolo comune della provincia di Roma impegnato nella realizzazione di una scuola finanziata con il Pnrr. «Parliamo di un’opera da 4-5 milioni. Solo nel 2026 il Comune dovrà eseguire lavori per circa 2 milioni e quindi trovare tra 400 e 500mila euro per coprire il caro-materiali. Ma il sindaco non fa mistero di avere difficoltà a trovare quei fondi». Il problema, spiega il delegato Ance, è che molti piccoli enti non hanno margini nei quadri economici e non dispongono di piani di investimento autonomi da cui recuperare risorse. «Il rischio – constata amaramente- è che alla fine le imprese restino senza adeguato compenso».
Sul tavolo resta anche il tema del nuovo sistema di monitoraggio dei prezzi previsto dalla manovra. La manovra aveva infatti previsto sia un osservatorio per le opere sopra i 100 milioni sia la definizione di un nuovo prezzario nazionale. Anche su questo fronte, però, i lavori sembrano essersi rallentati. «Noi crediamo molto al prezzario nazionale – conclude Ciucci – non tanto per sostituire quelli regionali, ma per dare un indirizzo uniforme non soltanto alle Regioni ma anche alle grandi stazioni appaltanti».
FONTI Mauro Salerno “Edilizia e Territorio”
