Il ministro porta in Consiglio le criticità legate agli extracosti e alla tenuta finanziaria delle opere dopo il caso Webuild. Per le imprese dell’Ance servono subito almeno 3,8 miliardi
Il nodo del caro-materiali entra ufficialmente sul tavolo del governo, con il rischio di una frenata dei grandi cantieri ferroviari al centro dell’informativa resa ieri dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini al Consiglio dei ministri. Salvini ha illustrato le «criticità relative alla continuità dei cantieri nel settore ferroviario e sugli oneri finanziari per il “caro materiali” nel settore degli appalti di opere pubbliche», indicando la necessità di iniziative per assicurare la prosecuzione dei lavori e la salvaguardia dell’occupazione. Il Cdm, si legge nella nota di Palazzo Chigi, «ne ha preso atto».
L’informativa arriva dopo l’allarme esploso sui grandi cantieri ferroviari e le riserve per circa 22 miliardi richiamate nelle comunicazioni di Webuild alle istituzioni. La società, che sul tema ha presentato anche un esposto alla Consob, ha però precisato che quella cifra non costituisce una richiesta di 22 miliardi al governo, ma il totale delle somme iscritte nei registri di contabilità dei lavori, in larga parte sottoposte ai Collegi consultivi tecnici. Circa 13 miliardi, secondo Webuild, riguardano riserve relative a lavori già eseguiti.
Il caso Webuild porta così in primo piano un problema che, secondo l’Ance, riguarda l’intero sistema delle opere pubbliche. Il presidente Antonio Ciucci, intervistato da Edilizia & Territorio, ha quantificato in circa 2 miliardi il fabbisogno già maturato per il 2024-2025, a fronte di soli 500 milioni stanziati e peraltro disponibili dal 2027. «C’è un disavanzo, c’è una necessità finanziaria di 1 miliardo e mezzo immediata», ha spiegato Ciucci. A questo conto si aggiunge il caro-materiali del 2026, stimato dall’associazione in altri 1,8 miliardi. «I 2 miliardi sono una somma certa (…) Il miliardo e otto è invece una stima del caro-materiali che prevediamo per il 2026», ha sottolineato il presidente Ance.
Il rischio è che la pressione finanziaria finisca per trasferirsi sulle stazioni appaltanti, proprio mentre la fase di spesa straordinaria legata al Pnrr si avvia alla conclusione.
Per i costruttori servono nell’immediato almeno 3,8 miliardi». E il problema riguarda in particolare Ferrovie che «ha bisogno di un’iniezione finanziaria per il nuovo accordo di programma, altrimenti i bandi si fermano».
In ballo non c’è quindi soltanto la partita dei ristori già maturati, ma la necessità di garantire la continuità finanziaria dei cantieri in corso e la spesa futura messa a rischio dal crollo dei bandi pubblicati dalle principali stazioni appaltanti italiane. Da una parte c’è l’urgenza di creata dal rischio di cassa sui lavori ancora in corso con la pesante minaccia di un rallentamento delle attività. Dall’altra i timori per il futuro del settore. Niente gare oggi significa zero cantieri e zero Sal pagati domani. Sul tavolo del governo finisce dunque una questione decisiva per far sì che l’aumento dei costi si trasformi in una frenata della spesa infrastrutturale proprio nella fase di uscita dal Pnrr.
FONTI “Edilizia & Territorio”
