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Concorrenza, doppio filtro (non vincolante) su partecipate e affidamenti diretti

Esame della Corte dei conti sulla creazione o l’acquisto di nuove società pubbliche

Il disegno di legge sulla concorrenza prova a piazzare un doppio filtro contro il cosiddetto «socialismo municipale». Il primo, introdotto con legge ordinaria e quindi destinato a entrare in vigore insieme all’approvazione definitiva del provvedimento, riguarda la costituzione di nuove società pubbliche o l’acquisizione di partecipazioni dirette o indirette: le delibere andranno sottoposte all’esame anche della Corte dei conti, che in 60 giorni si dovrà pronunciare a sezioni Riunite sulla «sostenibilità finanziaria» dell’operazione e sulla sua «compatibilità con i principi di efficienza, efficacia e di economicità dell’azione amministrativa». Il secondo entra invece nella legge delega, e rimette in campo l’obbligo di trasmettere all’Antitrust la decisione «motivata» quando si sceglie di avviare o di mantenere l’affidamento diretto dei servizi pubblici locali.

L’obiettivo è chiaro, e punta a rafforzare i controlli su due filoni, la ramificazione societaria e gli affidamenti in house alle società pubbliche, che hanno continuato a svilupparsi in libertà nonostante i tanti freni normativi che i vari governi hanno provato a introdurre negli anni. Gli obblighi di razionalizzazione non hanno infatti spostato molto da quota 8mila il numero delle società pubbliche, e i vincoli all’in house non hanno alleggerito il ruolo degli affidamenti diretti che secondo l’ultimo monitoraggio della Corte dei conti (delibera 15/2021 della sezione Autonomie) restano quasi totalitari ricorrendo nel 93% dei casi. Altrettanto chiari sono però i limiti delle due norme, che come tutto il testo del disegno di legge arrivato oggi dopo lunga attesa sui tavoli del consiglio dei ministri sono state sottoposte a un ricco lavoro di limatura rispetto alle ambizioni originarie. Il punto è che in nessuno dei due casi le verifiche dei controllori avranno il potere di fermare la scelta dell’amministrazione, perché i loro pareri non sono vincolanti.

L’idea di uno stop preventivo dell’Antitrust agli affidamenti diretti si era già affacciata del resto in più di un’occasione, ma era poi finita al centro di un contenzioso che l’aveva bloccata. Anche sulla Corte dei conti le prime ipotesi poggiavano su un’ambizione maggiore, e prevedevano un meccanismo di controdeduzioni e riesame in caso di obiezioni dei magistrati contabili. Nel testo esaminato ieri dal governo è finito solo l’obbligo di pubblicare il parere della Corte, che quindi potrà dare argomenti alle opposizioni o al dibattito pubblico ma non potrà stoppare l’acquisto di partecipazioni o la creazione di nuove società pubbliche. Resta il fatto che il disegno di legge ieri ha solo iniziato il proprio cammino, e sarà il Parlamento ad avere l’ultima parola.

In quanto tempo? Questo fattore non è secondario nemmeno per l’ampia delega che promette di ripensare integralmente il settore dei servizi pubblici locali, in una disciplina ordinaria in cui dovrebbe rientrare anche il trasporto pubblico locale. Lo scenario è quello di una riforma «dalla a alla z», tante quante sono le lettere impiegate dalla legge per elencare i principi della delega. Il governo dovrebbe ridefinire gli ambiti territoriali dei servizi locali a rilevanza economica, imporre una motivazione «anticipata e qualificata» per la scelta dell’in house negli affidamenti soprasoglia, costruire sistemi di monitoraggio dei costi dell’in house e rafforzare le clausole sociali in caso di cambio di gestore per evitare che le esigenze di tutela occupazionale offrano argomenti solidi a chi si oppone alle gare. Tutto questo, insieme a un allargamento che permetterebbe di evitare le dismissioni obbligatorie quando le partecipate hanno i conti a posto, andrebbe attuato «entro sei mesi», spiega la delega. Ma il conto alla rovescia scatterà ovviamente solo con l’approvazione definitiva, mentre alla fine naturale della legislatura manca meno di un anno e mezzo.

Un’altra novità, in legge ordinaria, riguarda poi le imprese che decidono di affidare a operatori privati lo smaltimento dei propri rifiuti urbani. La possibilità di uscire dal servizio pubblico, evitando quindi il pagamento della Tari, durerà due anni, invece dei cinque previsti dal decreto legislativo (il 116/2020) che ha recepito la direttiva Ue sull’economia circolare: ma, a quanto traspare dal nuovo testo, non sarà revocabile.

 

Link utili

Concorrenza: più gare per servizi locali, gas, porti, strutture sanitarie

 

 

FONTI  Gianni Trovati   “Edilizia e Territorio”












 





























 






 

 

 

 











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