Sono 1019 i Comuni con l’ok dell’Anac. Busia: vicini a un numero ragionevole e gestibile di enti abilitati. Digitalizzazione fondamentale: non toccare la data del 1° gennaio. Giusto il correttivo se garantisce più concorrenza e risolve i nodi su equo compenso e antiriciclaggio
Non procede a passo di carica, ma si consolida il processo di qualificazione delle stazioni appaltanti. Il sistema, messo in piedi con il nuovo codice (Dlgs 36/2023) come requisito obbligatorio per bandire le gare di lavori sopra i 500mila euro e quelle di servizi sopra i 140mila, conta oggi 2.613 stazioni appaltanti qualificate cui vanno aggiunti altri 526 soggetti qualificati con riserva, grazie all’abilitazione di diritto concessa a unioni di comuni, province, città metropolitane, comuni capoluogo di provincia e regioni fino al 30 giugno 2023. In tutto si tratta dunque di 3.142 enti qualificati. Il dato, fornito dall’Autorità Anticorruzione, che gestisce il sistema di qualificazione, è aggiornato alla fine di settembre (venerdì 29) e restituisce dunque la fotografia a tre mesi dall’avvio del nuovo sistema, visto che l’Anac ha cominciato a raccogliere le domande di adesione dallo scorso 1° giugno.
Il primo dato che balza agli occhi è che il numero degli enti qualificati è quasi raddoppiato rispetto alla data di partenza del codice (1° luglio). All’epoca l’Anac aveva censito 1.857 stazioni appaltanti qualificate (di cui 286 con riserva). Il ritmo di crescita procede più a rilento, visto che quel dato era stato raggiunto nel primo mese di vita del nuovo sistema, mentre ora le nuove 1.285 abilitazioni sono state rilasciate in due mesi di attività. Anche le richieste delle amministrazioni procedono senza particolari picchi. In tre mesi l’Anac ha ricevuto in tutto 3.982 domande di qualificazione, bocciandone 445 (mentre 397 provenivano da enti non soggetti a qualificazione e 526 da soggetti qualificati con riserva).
Difficile dare una valutazione univoca di questi dati. È chiaro che rispetto alle 26mila stazioni appaltanti presenti negli archivi dell’Autorità prima dell’avvio del sistema di qualificazione si tratterebbe di un numero piuttosto risicato. Ma la prima obiezione, che arriva dalla stessa Autorità, è che il confronto non andrebbe fatto con il numero dei soggetti iscritti alla vecchia Ausa (l’Anagrafe delle stazioni appaltanti che contiene anche un considerevole numero di soggetti molto poco attivi se non addirittura mai attivi sul mercato). L’insieme di riferimento considerato dall’Anac è invece quello delle stazioni appaltanti attive negli ultimi 5 anni, circa 12mila soggetti di cui circa la metà avrebbe i numeri per qualificarsi. Dunque si tratterebbe di 3.142 enti qualificati su un orizzonte di riferimento di circa 6-7mila. Un risultato non proprio deludente se si pensa che l’obiettivo della qualificazione era disboscare la giungla delle stazioni appaltanti, non certo quello di riconfermare tutti in blocco.
«I numeri non sono altissimi perché le stazioni appaltanti non hanno avuto bisogno di qualificarsi da subito – spiega il presidente dell’Autorità Anticorruzione Giuseppe Busia -. Ci sono due elementi che giustificano questa mancata corsa e sono l’esclusione degli appalti Pnrr e la soglia di 500mila euro per i lavori. Il processo però si sta consolidando ed è importante che si mantenga questo trend». Per Busia la valutazione è «sostanzialmente positiva». Il sistema «pian piano sta andando avanti: l’importante è mantenere la rotta. Perché le stazioni appaltanti qualificate riescono ad appaltare in fretta e bene, senza sprecare soldi: elementi tanto più validi oggi con il Pnrr in cammino e la manovra di bilancio alle porte». Quello che conta è al momento i numeri sembrano congrui rispetto alle condizioni di mercato. «Non siamo alla totalità delle stazioni appaltanti qualificate, però il sistema marcia. Nel senso che quando c’è la domanda trova la risposta. Ci stiamo avvicinando a un numero gestibile e realistico: l’importante è non tornare indietro rispetto ai passi in avanti fatti finora».
Un dato rilevante riguarda le scelte dei Comuni. Sempre a fine settembre l’Anac registra 1.019 amministrazioni comunali qualificate. Interessante notare che, con riguardo agli enti locali, nel 50% dei casi è stata raggiunta la classe più alta delle tre in cui di divide il sistema di qualificazione, sia nel campo dei lavori che in quello dei beni e servizi .
Questa tendenza accomuna in generale tutti i soggetti che finora hanno inviato domanda all’Anac. La maggior parte delle qualificazioni rilasciate si concentra infatti nel livello più alto della qualificazione. Nel campo dei beni e servizi sono infatti 1562 le amministrazioni qualificate nella fascia SF1 che consente di bandire appalti da cinque milioni in su (contro 379 soggetti qualificati in fascia SF2, da 1 a 5 milioni) e (424 in SF3, fino a 750mila euro). Nei lavori sono invece 1.080 le amministrazioni che possono promuovere appalti senza limiti di importo (fascia L1), contro i 334 soggetti qualificati in fascia L2 (da 1milione alla soglia Ue di 5,3) e i 390 nel livello base (fascia L1 fino a un milione di euro). Un segno, quello della concentrazione nel livello più alto, che i requisiti di qualificazione non sono così stringenti come qualcuno lamentava all’inizio. Ma che potrebbe anche forse essere interpretato con il disinteresse delle amministrazioni a qualificarsi nella fasce più basse del sistema visto che per affidare lavori di importo fino a 500mila euro e acquistare beni e servizi fino a 140mila euro è ancora possibile procedere in autonomia senza bisogno di bussare alla porta dell’Autorità. In più vanno considerate anche le numerose convenzioni attivate da stazioni appaltanti qualificate che assorbono una buona parte di domanda delle stazioni appaltanti rimaste fuori dal sistema e le deroga che consente di procedere a bandi per la manutenzione ordinaria entro il milione di euro.
La regione con più soggetti qualificati è la Lombardia con 379 enti abuilitati, seguono il Lazio (330) e la Campania (252). Sul fronte opposto ci sono Valle d’Aosta con solo 16 enti qualificati, il Molise (17), la Basilicata (29) e l’Umbria (38). A collezionare il maggior numero di rifiuti è stata sempre la Lombardia con 78 richieste di qualificazione respinte, segue il Piemonte con 42 e poi Piemonte e Lazio con 44 “no” ciascuno.
Guardando al futuro emerge qualche preoccupazione in più sulla capacità delle amministrazioni tenere il passo della qualificazione. Il 1° gennaio entrerà in vigore la norma che obbliga gli enti a dimostrare la disponibilità di una «piattaforma di approvvigionamento digitale» tra i requisiti minimi di qualificazione al ruolo di stazione appaltante. Un fattore non da poco, per amministrazioni che non navigano nell’oro, anche in termini di professionalità. «Non dobbiamo vederlo come un pericolo ma come l’occasione di fare un salto – replica Busia -. La data del primo gennaio deve essere tenuta ferma. E questo sarà il salto vero verso un sistema di aggiudicazione degli appalti moderno, più trasparente efficiente e governabile: è la priorità, era e sarebbe stato il presupposto stesso del Pnrr. Io spero che tutte le istituzioni capiscano che i soldi spesi in digitalizzazione e qualificazione delle Pa sono soldi risparmiati».
Intanto è già alle porte un primo pacchetto di correzioni al codice. Il ministro Salvini, rispondendo alle sollecitazioni delle imprese, ha annunciato un intervento a fine anno. «Qualche correttivo è necessario – dice Busia – noi l’avevamo auspicato anche prima che il nuovo codice andasse in Gazzetta. Se le modifiche andranno nella direzione che indicavamo noi, nel senso cioè di introdurre un po’ più di trasparenza e di concorrenza, credo che il codice e il mercato ne guadagneranno». Qui il riferimento principe è alle soglie per gli affidamenti diretti innalzate al punto che ormai assorbono la quasi totalità delle procedure dei piccoli comuni. Si tratta di affidamenti che sotto i 150mila euro per i lavori e ben 140mila euro per beni e servizi si svolgono ormai in assenza di qualsiasi confronto tra preventivi. Altri elementi da chiarire, inoltre, per Busia sono il rapporto tra appalti e equo compenso (su cui battono molto i professionisti) e il «coordinamento con la normativa antiriciclaggio per l’inserimento del titolare effettivo».
FONTI Mauro Salerno “Enti Locali & Edilizia”
