Il dossier Ance-Cresme ricostruisce i costi del mancato controllo del territorio italiano
Le note dolenti sono concentrate sul dissesto idrogeologico e sulla dispersione idrica. Pessima anche la gestione dell’acqua: la rete già colabrodo è in progressivo peggioramento e senza interventi di ripristino la situazione non potrà che peggiorare. Sono alcuni dei focus elaborati da Ance e Cresme nel secondo rapporto «Lo stato di rischio del territorio italiano 2023» che a distanza di 10 anni aggiorna lo stato dell’arte delle fragilità e dei costi, e che sarà presentato oggi a Roma, presente il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci.
Il dossier ricostruisce i costi del mancato controllo del territorio italiano. Una montagna di denaro che dal 1944 a oggi vale 358 miliardi di euro con una media in 80 anni di 4,5 miliardi, che negli ultimi 13 anni si gonfiano a 6 miliardi l’anno. Il solo dissesto costa 112 miliardi di cui 66 in 65 anni (1944-2009) e ben 46 miliardi negli ultimi 13 anni (2010-2023): la “bolletta” del dissesto è quindi triplicata passando da 1 miliardo a ben 3,3 miliardi l’anno.
Più importante la quota a carico dei terremoti con un totale di 246 miliardi di euro di cui 208 miliardi (3,1 annui) tra il 1944 e il 2009 e 38 miliardi (2,7 annui) tra il 2010 e il 2023. Mentre sul fronte delle alluvioni, tragicamente tornate a colpire il nostro territorio negli ultimi mesi, i dati sono altrettanto impietosi: sono 2,4 milioni le persone a rischio elevato, 1 milione di famiglie, 632mila edifici e e 226mila imprese ma si arriva facilmente a quasi 7 milioni di persone esposte se si considera il rischio medio arrivando a quota 12,3 milioni per il rischio moderato e basso, spiega il dossier. Il rapporto Ance-Cresme fa la conta degli eventi alluvionali con 120 episodi, 170 vittime e 70 feriti negli ultimi 12 anni. La più importante per impatto tra quelle recenti si è abbattuta sull’Emilia-Romagna con una prima stima di costi di 8,8 miliardi – spiega il rapporto. Quasi la metà dei danni riguarda fiumi, strade e infrastrutture pubbliche: oltre 4,3 miliardi di euro di danni, aggiunge il dossier.
Nubi fosche anche sul fronte della dispersione dell’acqua dove nella serie storica dello spreco si passa dal 32,6% del 1999 al 42,2% del 2020. Un aumento costante e ineluttabile: senza interventi di ripristino e di manutenzione il quadro è destinato solo a peggiorare e la quota di dispersione ad aumentare ulteriormente. Le quote maggiori di sprechi sono a carico del Sii (servizio idrico integrato) con il 54,3% delle perdite; segue l’agricoltura con il 33% e l’industria con il 7,5%.
Va meglio invece sul capitolo del consumo di suolo che indica un’inversione di tendenza già a partire dal 2001-2010. Analizzando la crescita media annua di suolo consumato sulla base dei dati Ispra il documento rileva come il consumo sia via via diminuito negli anni, passando da 240 kmq consumati ogni anno nel periodo 1960 – 1990 a una media di 60 kmq tra 2016 e 2022. Questo risultato – spiega il dossier – è frutto delle buone politiche ma anche del crollo della domanda di nuovi spazi e grazie anche alle politiche che improntano la progettazione dello sviluppo urbano: riqualificare, riammodernare l’esistente piuttosto che creare nuovi agglomerati.
C’è anche spazio per alcune best practice nel dossier: tra queste quella di Londra con il superprogetto che corre sotto il Tamigi: un collettore lungo 25 km e largo 7 che raccoglie le acque in eccesso e le porta via.
FONTI Flavia Landolfi “Enti Locali & Edilizia”
