A due settimane dal via è buio sulla certificazione delle piattaforme da cui dipende l’abilitazione delle Pa a bandire le gare. Dagli attuali 12mila enti qualificati si crollerà a qualche centinaio con il rischio di ingolfare il mercato e la consueta, successiva, corsa a rimediare
Mercato degli appalti verso un rischioso effetto-imbuto a partire dal 1° gennaio 2024. A 15 giorni (festività incluse) dalla scadenza dell’obbligo di rendere digitale l’intero ciclo di vita dei contratti pubblici sarebbero pochissime le stazioni in regola con la necessità di dotarsi di una piattaforma elettronica certificata dall’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) e in grado di dialogare con la Banca dati gestita dall’Anac, designata ad assumere il ruolo di hub, per tutti gli adempimenti legati agli appalti dalla pubblicazione dei bandi in poi. Numeri precisi non ce ne sono, anche perchè l’Agid, chiamata certificare le piattaforme delle stazioni appaltanti, rifiuta di comunicarli nonostante si tratti di enti pubblici e di un adempimento imposto per legge. Ma è facile immaginare che non siano stati molti gli enti che ne hanno fatto richiesta. Secondo le indiscrezioni si tratterebbe di qualche decina o nel migliore dei casi di qualche centinaio. Numeri comunque molto lontani dalle migliaia di stazioni appaltanti che ogni giorno gestiscono gare d’appalto in tutta Italia.
In base agli ultimi dati in mano all’Autorità Anticorruzione le stazioni appaltanti abilitate a bandire gare per lavori pubblici oltre 500mila euro e per servizi e forniture di importo inferiore alle soglie per gli affidamenti diretti sono circa 12mila: 4mila in grado di gestire le gare in proprio più altre 8mila che dichiarano di appoggiarsi a enti qualificati. Un numero che secondo l’Anticorruzione è appena sufficiente a supportare il mercato e che rischia di azzerarsi o quasi dal 2 gennaio. Quando l’Autorità sarà chiamata a depennare dall’elenco delle stazioni appaltanti qualificate tutti gli enti privi di una piattaforma elettronica certificata.
Chi non è in regola non potrà più richiedere il Cig e fare le gare. Anche se è già stato qualificato dall’Anac o gode della qualificazione con riserva concessa fino al 30 giugno 2024. La sanzione è prevista dal codice degli appalti pubblicato il 31 marzo (Dlgs 36/2026), dunque nota da tempo. Pochi però si sono mossi, probabilmente sperando in una proroga che alla fine non è arrivata.
Il rischio allora è che tutti finiscano per chiedere aiuto a chi risulta in regola – tra questi ovviamente Consip e pochi altri grandi soggetti – finendo per saturare la capacità di gestire le gare dei pochi enti qualificati e ingolfando la macchina degli appalti. Gennaio potrebbe essere un mese di transizione, visto che, anche in assenza di proroghe, la disciplina di settore consente alle stazioni appaltanti che hanno fatto domanda di qualificazione di confermare entro il 1° febbraio la disponibilità di una piattaforma certificata che non è obbligatoria fino al 31 dicembre. Dal 1° febbraio in poi però non ci saranno più scuse ed è probabile che scatti la corsa a scovare una piattaforma da certificare.
Preso atto del rischio di bloccare il mercato, come accade ogni volta che si tenta un salto di innovazione negli appalti italiani, va detto che i ritardi rischiano di affossare l’ennesimo tentativo di alleggerire la rugginosa e poco trasparente macchina dei contratti pubblici italiani. Con l’unica consolazione di un impatto limitato o nullo sugli appalti del Pnrr, che godono e continueranno a godere delle deroghe disegnate ad hoc dai decreti varati durante la stagione dell’emergenza.
Pochi giorni fa l’Anac ha pubblicato un vademecum alla digitalizzazione che sintetizza le novità attese dal 1° gennaio e ricorda alle stazioni appaltanti che tutte le amministrazioni non dotate di una propria piattaforma di approvvigionamento digitale, dovranno utilizzare piattaforme “certificate” messe a disposizione da altri soggetti (stazioni appaltanti, centrali di committenza, soggetti aggregatori etc..), non solo per la fase di affidamento, ma anche per tutte le altre fasi del ciclo di vita dei contratti e in particolare l’esecuzione. «Dal 1° gennaio 2024 – viene spiegato – tali piattaforme devono essere utilizzate anche per la redazione o acquisizione degli atti relativi alle procedure di programmazione, progettazione, pubblicazione, affidamento ed esecuzione dei contratti; la trasmissione dei dati e documenti alla Banca Dati Anac; l’accesso alla documentazione di gara; la presentazione del Documento di gara unico europeo; la presentazione delle offerte; l’apertura, gestione e conservazione del fascicolo di gara; il controllo tecnico, contabile e amministrativo dei contratti in fase di esecuzione e la gestione delle garanzie». In più ci sono le novità del Fascicolo virtuale delle imprese e la semplificazione degli obblighi di pubblicazione dei bandi e delle comunicazioni all’Anac. Al di là del riepilogo dei vincoli e dell’allerta a mettersi in regola non ci sono altre istruzioni operative per le amministrazioni che finora sono rimaste inerti.
Annunciato e atteso come una rivoluzione digitale, allora, l’obbligo di gestire solo con mezzi elettronici (dunque senza più carta e pdf) l’intero ciclo di vita delle commesse dal 1° gennaio ha già l’aria di avviarsi verso il solito penultimatum all’italiana. In teoria dovrebbe cambiare tutto, nella pratica probabilmente cambierà poco o nulla rispetto alla grandeur degli obiettivi iniziali. I pochi (forse nessuno) che si erano spinti a credere che le migliaia di piccoli comuni avrebbero fatto a gara per acquisire competenze materiali e immateriali per trasformarsi in avamposti di intelligenza artificiale, mentre vanno ancora alla disperata caccia di formulari aggiornati al nuovo codice, saranno costretti a rivedere le proprie posizioni. Se davvero il traguardo atteso era quello di innervare di tecnologia i malmessi uffici gara italiani, imporre una scadenza, non assistita da una stagione di investimenti più che straordinari non poteva bastare. L’introduzione di nuovi strumenti e servizi digitali avrebbe richiesto – e richiede ancora – un potente sforzo di innovazione, di iniezione di nuovo personale, accompagnato dalla revisione dei processi interni e dei procedimenti amministrativi, con pesanti ricadute a livello organizzativo ignorate dalla gran parte delle amministrazioni.
La scadenza però resta. Il rischio ora chiaro a tutti è che il suo unico effetto pratico sia quello di far cadere la mannaia sulle Pa in ritardo. Resteranno pochi soggetti in grado di gestire le gare e tutti gli altri dovranno mettersi in coda al loro sportello telematico. Con quali conseguenze sul mercato è tutto da valutare. Ma è certo che alla fine sarà proprio la tagliola della digitalizzazione (mancata) a realizzare la vera selezione (e razionalizzazione) delle stazioni appaltanti di cui si parla da anni.
FONTI Mauro Salerno “Enti Locali & Edilizia”
