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Gare digitalizzate ma procedure pensate per la carta

Cosa potrebbe cambiare la vita delle imprese e dei funzionari pubblici? La qualificazione degli operatori economici che partecipano alle gare

 

Nella relazione al Parlamento il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, ha giustamente magnificato gli effetti della trasformazione digitale dei contratti pubblici. Un dato: nel 2023 senza l’obbligo di utilizzare piattaforme certificate si erano rilevati 60mila operatori economici, nel 2024 sono 400mila, e finalmente si hanno dati puliti e completi da analizzare. Dati utili anche per gli affidamenti diretti, che così potranno essere tracciati per verificarne qualità, costi, tempestività nel perseguimento del risultato di interesse pubblico.

Una rivoluzione, ma non ancora completa. La digitalizzazione è ancora attuata secondo procedure e norme pensate per la carta: spesso è ancora mera dematerializzazione. Cosa potrebbe cambiare la vita delle imprese e dei funzionari pubblici? Un esempio: la qualificazione degli operatori economici che partecipano alle gare.

Potrebbe essere felicemente automatizzata senza intermediazione umana accedendo alle banche dati pubbliche che detengono i dati sull’impresa. La interoperabilità fra le banche dati sembra semplice: il dato detenuto da una amministrazione diviene accessibile ad un’altra o, anche senza accedere al dato, si riceve la “luce verde” che rileva che l’impresa ha adempiuto agli obblighi fiscali e contributivi.

Invece no. Ancora non è possibile, e il meccanismo di verifica della qualificazione degli operatori economici funziona ancora in modo macchinoso e con richiesta di operazioni umane estenuanti. Proprio da queste operazioni dobbiamo liberare le imprese ed i funzionari pubblici.

In sintesi: la pubblica amministrazione definisce i requisiti di qualificazione per una determinata gara. Ancora in modo artigianale e caso per caso, mentre potrebbero essere ampiamente standardizzati per tipologie e valori di contratti. Dunque, c’è un Dgue Request, sigla impronunciabile che sta per Documento di gara unico europeo, che a dispetto del nome non è Unico in attuazione del principio del once only, è «unico» purtroppo nel senso che per ogni gara la pubblica amministrazione ne predispone uno diverso. Con il Dgue Request si chiede di dichiarare di non essere un terrorista, di non aver commesso reati, di non avere carichi pendenti (assenza cause di esclusione).

Poi si chiede di essere in regola con gli adempimenti tributari e contributivi e di possedere le capacità tecniche economiche e finanziarie per poter eseguire quello specifico contratto (requisiti di qualificazione e capacità). Tutte richieste che per l’80% sono sempre le stesse. Di fronte a questo Dgue Request su piattaforma certificata l’operatore economico compila un Dgue Response spuntando caselle e compilando campi che normalmente costituiscono autocertificazioni. Le vecchie autocertificazioni, che ancora rischiano di indurci a dichiarare il falso (se il dato lo ha una Pubblica Amministrazione perché si chiede al privato di autocertificare?).

A questo punto potremmo immaginare che in automatico la Pa verifichi la veridicità delle autocertificazioni. Invece no. Dalla piattaforma della stazione appaltante si passa al Fvoe (altra sigla impronunciabile che sta per Fascicolo virtuale dell’operatore economico in Anac) e per ogni operatore economico da “verificare” si ricarica manualmente il nominativo, col codice fiscale e si apre una tendina con i vari certificati da richiedere; se si è fortunati se ne trova qualcuno non scaduto, ma sempre da scaricare e archiviare. E per fare ciò si deve anche attendere che l’operatore economico (che già ha compilato sulla Piattaforma il suo Dgue Response) entri sulla piattaforma Anac e dia il consenso alle verifiche (per la privacy!).

Una procedura così macchinosa perché? Perché la logica è ancora quella della carta e del certificato con una scadenza e non dell’interoperabilità diretta fra banche dati. In questo sistema le vittime sono due: le imprese che per partecipare ad ogni gara devono compilare un Dgue Response e solo con la versione 4.0 (in uso ora è la 2.0) potrà essere scaricato e riutilizzato (oggi ciò è possibile talora solo all’interno della stessa piattaforma) e i funzionari pubblici che devono predisporre il Dgue Request e poi verificare il Fascicolo virtuale.

Chi è chiamato a svolgere queste funzioni già rileva una notevole semplificazione perché almeno c’è un sistema di piattaforme e non si usa più la sollecitazione telefonica dei certificati. Ma quale spreco di tempo e quale lavoro alienante, da cui si potrebbero liberare i funzionari pubblici e gli operatori economici.Si stimano otto ore di lavoro per ogni operatore economico da verificare.

È vero che con l’inversione procedimentale posso verificare solo il vincitore, è vero che nel fascicolo virtuale trovo qualche certificato, ma perché non perseguire il risultato di una qualificazione effettiva e non formale? Su questo aspetto non c’è vincolo europeo, perché la scelta sulle modalità di verifica sono lasciate agli Stati Membri. In Italia nel Codice dei contratti pubblici non si è riusciti ad evitare il goldplating, ossia la scelta di appesantire i vincoli europei, nonostante la legge delega richiedesse di semplificare.

Già il merito creditizio è rilevato con strumenti di intelligenza artificiale che raccolgono ed elaborano dati, rilevano i rischi e solo in caso di valutazione negativa instaurano un contraddittorio con l’interessato. Già la Guardia di Finanza con le Prefetture hanno sperimentato sistemi che permettono di rilevare i rischi e in caso di criticità possono interpellare le imprese e valutare a differenti fini i comportamenti e ove possibile attuare il self-cleaning. Ed è questo che dovrebbero chiedere le imprese per dimostrare la propria affidabilità: un fascicolo virtuale aggiornato direttamente dalle banche dati rilevanti. I valori da garantire sono legalità e qualificazione, perché non farlo con gli strumenti digitali più efficaci, senza appesantire di oneri inutili amministrazioni e imprese?

 

 

 

FONTI    Gabriella M. Racca       “Enti locali & Edilizia”

 

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