La proposta di Public Procurement Act verrà approvata nel 2027. Molte le finalità perseguibili valorizzando flessibilità nelle scelte e innovazione
La proposta di Public Procurement Act, presentata il 9 settembre dalla Commissione europea, promette regole più semplici, maggiore flessibilità e 650 milioni di euro l’anno di risparmi amministrativi. Vi è però di più: la sfida è quella di fare dei contratti pubblici una vera e propria leva della politica sociale, ambientale e di innovazione europea, sfruttando un mercato che vale il 15% del Pil europeo. Sotto l’etichetta Esi – Environment, Social, Innovation – si nasconde, dunque, uno dei quattro pilastri della proposta europea, accanto a flexibility (Flx), buy european (Beu) e un single digital market place (Mpl).
Più di un obiettivo di policy: l’uso strategico dei contratti pubblici per finalità ambientali e sociali, nonché di innovazione, è tra i principi giuridici generali della riforma, capace di orientarne l’interpretazione in modo sistemico e guidarne l’attuazione lungo tutto il ciclo di vita dei contratti pubblici, dalla progettazione all’esecuzione. Una scelta, questa, esclusa dal Codice dei contratti pubblici italiano e tanto più evidente in quanto parte “dai principi” (in primis, quello del risultato).
Ebbene, l’articolo 4, paragrafo 4 riconosce, appunto in chiave di principio, l’obbligo per i committenti di assicurare, nell’esecuzione, il rispetto delle prescrizioni utili al raggiungimento delle finalità ambientali, sociali e di sicurezza del lavoro, a partire da, ma non limitate a, quelle obbligatorie in base al diritto europeo, nazionale e ai contratti collettivi, ovvero al diritto internazionale. Anche qui, una cifra distintiva dell’approccio europeo che assume oggi un preciso significato geo-politico, come dimostra l’uso sempre più forte delle clausole Tsd nei free trade agreement e la riconferma politica del Green deal da parte della presidente von der Leyen anche nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione.
Insomma, un uso strategico dei contratti pubblici per le finalità strategiche dell’Unione europea. In questo, la riforma (r)accoglie le indicazioni dei rapporti di Mario Draghi sulla competitività europea e di Enrico Letta sul Single market e si pone in linea con i più recenti interventi della Corte di giustizia dell’Unione europea (tra tutte la decisione sul caso C-210/24, Aeste, del marzo 2026). Eppure, non va dimenticato che l’uso strategico degli appalti ha radici più lontane: si pensi a quanto già previsto dalle direttive del 2004 del 2014, alla comunicazione «Appalti pubblici efficaci in Europa e per l’Europa» COM(2017)572, alle applicazioni nell’ambito dei Pnrr e dello stesso Green deal.
A livello di misure, molte delle quali sono raccolte in un capitolo dedicato (Socially Responsible Public Procurement), la riforma conferma alcuni classici, se così si può dire, della tradizione dell’uso strategico dei contratti pubblici: il ricorso a criteri di valutazione delle offerte, condizioni di esecuzione o clausole sociali, contratti riservati. Misure già oggi parte della normativa italiana: si pensi agli articoli 57, 61, 102 e 108 del Codice. In questa apparente continuità si nascondono, però, interessanti novità: innanzitutto, l’ampiezza delle finalità perseguibili attraverso questi strumenti e che rispecchia i meta obiettivi di policy della riforma; quindi, la centralità della flessibilità, tanto in termini di scelte discrezionali da parte dei committenti, quanto nella previsione di meccanismi e incentivi per modellare il contratto nel tempo (articolo 105); infine, una forte spinta sull’innovazione come leva per raggiungere le finalità strategiche, anche di tipo ambientale e sociale.
Il cammino della riforma è ancora lungo (la chiusura dei negoziati è prevista il quarto trimestre del 2027), ma è già possibile fare alcune valutazioni. Se, da un lato, il ricorso al regolamento promette uniformità regolatoria (con spazi per i legislatori nazionali), la spinta sulla flessibilità ci dice che molto dipenderà da quale sarà l’uso concreto dei contratti pubblici come leva strategica. Qui torniamo ai grandi nodi, già sottolineati dalla commissione nella Comunicazione del 2017: in particolare, quello della professionalità delle stazioni appaltanti e, a monte, della capacità, politico-amministrativa, di disegnare il futuro delle politiche pubbliche a partire prendendo sul serio l’integrità ecologica, la solidarietà e l’innovazione.
FONTI Barbara L. Boschetti “EntiLocali & Pa”
