Nel documento inviato al Mit in vista del correttivo al Codice 36 i Comuni chiedono di applicare il vincolo solo oltre le soglie Ue. No anche all’equo compenso
Obbligo di Bim solo per gli appalti oltre soglia Ue e niente equo compenso nei contratti pubblici. Sono le due principali richieste che i Comuni, attraverso l’Anci, hanno avanzato al ministero delle Infrastrutture e alla Cabina di regia presso Palazzo Chigi, in vista del correttivo al codice degli appalti previste per il prossimo autunno (qui il documento consegnato).
Bim obbligatorio solo oltre le soglie Ue
Tra tutte le principali preoccupazioni espresse, spicca la richiesta di modificare le norme sull’obbligo dell’uso del Building information modeling (Bim) per gli appalti superiori al milione di euro, motivata dalla mancanza di project manager adeguatamente formati per gestire gli appalti con le nuove piattaforme. Preoccupazione diffusa, ma spesso rimasta sottotraccia, di cui avevamo peraltro già dato conto in questo articolo. Ora, Anci sottolinea come molti comuni, soprattutto quelli di dimensioni minori, non dispongano delle risorse umane e tecniche necessarie per implementare efficacemente il Bim. «L’introduzione generalizzata dell’obbligo di appalti Bim per lavori superiori alla soglia di un milione dal 1° gennaio 2025 costringerebbe un grande numero di stazioni appaltanti a doversi dotare di personale certificato – si legge nel documento dell’Anci -. Come noto, le norme Uni sul Bim prevedono la necessità di ben quattro distinte figure (Bim specialist, Bim coordinator, Bim manager e Cde manager) che devono superare specifici esami presso enti accreditati per poter essere certificate. Dai dati Accredia, il numero di professionisti certificati è ancora molto basso rispetto al necessario. Pochissimi professionisti lavorano presso le Pubbliche Amministrazioni, che sarebbero quindi costrette a ricorrere ad incarichi esterni».
Agli occhi dei Comuni , la carenza di personale qualificato potrebbe rallentare notevolmente i processi di appalto e, di conseguenza, la realizzazione delle opere pubbliche. La richiesta è di riservare l’obbligo agli appalti oltre le soglie Ue, consentendo così una maggiore flessibilità ai comuni in fase di transizione verso una digitalizzazione più avanzata.
No all’equo compenso
Un altro punto cruciale sollevato dall’Anci riguarda l’applicazione dell’equo compenso negli appalti pubblici. L’associazione si dichiara contraria a questa misura, evidenziando come l’obbligo di rispettare compensi minimi per i professionisti potrebbe comportare un incremento dei costi per le amministrazioni locali, già spesso alle prese con bilanci ridotti e vincoli finanziari stringenti. «Risulta evidente che il codice dei contratti pubblici costituisce una fonte normativa di tipo speciale, trattandosi di un complesso di norme volte a disciplinare un particolare settore e definendo per esso delle regole specifiche – scrive l’Anci -. La legge n. 49/2023 sull’equo compenso è, invece, una legge ordinaria che detta regole a carattere generale e può trovare applicazione per tutti i rapporti professionali aventi ad oggetto una prestazione d’opera intellettuale.
Le altre richieste
Un altro aspetto rilevante toccato dall’Anci riguarda la necessità di semplificare le procedure di qualificazione degli operatori economici per i lavori pubblici. L’obiettivo è facilitare l’accesso agli appalti da parte di un maggior numero di imprese, migliorando così la competitività e l’efficienza del mercato.
L’associazione ha inoltre chiesto una revisione delle norme che regolano la progettazione semplificata per le manutenzioni, al fine di ridurre i tempi e i costi dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria. Questa misura, secondo l’Anci, potrebbe accelerare la realizzazione di interventi essenziali per la sicurezza e la funzionalità delle infrastrutture.
Infine, l’Anci ha evidenziato la necessità di correggere alcune anomalie nel metodo di aggiudicazione degli appalti e di semplificare le procedure di qualificazione delle stazioni appaltanti per l’affidamento, l’esecuzione e il partenariato pubblico-privato (Ppp). L’associazione ha anche chiesto di rendere più flessibili le norme sull’affidamento diretto delle concessioni e dei Ppp. Qui la richiesta è di modificare il Dlgs 36 che prevede questa possibilità solo per gli appalti. «L’introduzione dell’affidamento diretto per le concessioni potrebbe risultare utile anche in relazione alla possibilità di non richiedere, per tali affidamenti che non sono gare, la qualificazione di livello intermedio per le stazioni appaltanti», si legge nel documento.
FONTI Mauro Salerno “Enti Locali & Edilizia”
