Skip to content
Close
Hit enter to search or ESC to close

Monitorare i suoli per prevenire i dissesti, per i geologi arrivano le nuove sfide

Con la direttiva 2025/2360 l’Europa chiede agli Stati di attrezzarsi per anticipare i rischi ed evitare le emergenze, ma in Italia è mappata solo la metà del territorio

 

Mappare il territorio per monitorare il suolo e prevenire il dissesto non è più solo una scelta tecnica: diventa un’esigenza strutturale. La direttiva Ue 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo chiama in causa direttamente le competenze dei geologi, imponendo un cambio di passo nel modo in cui l’Europa chiede agli Stati di governare il territorio: non più interventi solo dopo le emergenze, ma monitoraggio continuo, integrazione dei dati e prevenzione strutturale dei rischi. Un approccio significativo per l’Italia, vista la fragilità del nostro territorio, ribadita anche dai disastri recenti, a partire dalla frana di Niscemi. La direttiva è in vigore dal 16 dicembre scorso e gli Stati Ue hanno tre anni, fino al 17 dicembre 2028, per recepirla. Ma in Italia alcune Regioni si stanno già muovendo, aggiornando cartografia e piattaforme digitali (si veda l’articolo in basso).

È qui che la norma smette di essere astratta e diventa lavoro quotidiano: negli uffici pubblici, nei Comuni, ma soprattutto per i geologi. Interpretare i dati, leggere il territorio, dialogare con urbanisti, ingegneri e decisori pubblici diventa parte integrante del lavoro del geologo, condizione essenziale per la pianificazione territoriale, la tutela ambientale e la resilienza, anche rispetto al cambiamento climatico. «Un sistema efficace di monitoraggio del suolo presuppone dati geologici aggiornati, coerenti e georeferenziati su tutto il territorio nazionale, come richiesto dalla direttiva Ue», osserva Rodolfo Carosi, presidente della Società geologica italiana. Nei fatti, la conoscenza geologica del territorio, già prevista anche dalla normativa nazionale (Testo unico dell’ambiente, decreto legislativo 152/2006), viene riconosciuta come «uno strumento decisionale fondamentale, non un mero supporto conoscitivo», afferma Carosi.

Il nodo è il ritardo accumulato. «Oggi – rivela Carosi – solo circa la metà del territorio italiano è coperta da cartografia geologica moderna associata a database digitali e, con l’attuale ritmo di finanziamento, servirebbero tra i 100 e i 150 anni per completare la copertura nazionale: un orizzonte incompatibile con l’obiettivo europeo di suoli sani entro il 2050. Si tratta di un compito urgente e non più rinviabile, perché senza una solida base conoscitiva non è possibile progettare correttamente il monitoraggio né interpretarne i risultati». E c’è un gap nella formazione: a fronte di un trend occupazionale positivo, le iscrizioni ai corsi universitari in geologia si sono quasi dimezzate in dieci anni.

Eppure, i geologi sono chiamati a operare in ambiti strategici per il Paese: dall’individuazione e gestione delle risorse – petrolio, gas, metalli, materiali da costruzione, terre rare – alla scelta dei siti per infrastrutture come strade, ponti e gallerie, fino alla bonifica ambientale, alla tutela delle risorse idriche e alla prevenzione dei rischi naturali, dalle frane alle alluvioni, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche. «Sono decisive – sottolinea Carosi – non solo solide basi scientifiche, in campo matematico, fisico, chimico, biologico e informatico, ma anche percorsi post-laurea, master e dottorati di ricerca, oltre alla collaborazione tra professionisti, università ed enti tecnici, come Ispra e le Arpa».

Secondo il rapporto Ispra 2024, oltre il 23% del territorio nazionale è classificato a pericolosità da frana, con un incremento del 15% rispetto al 2021; sono più di 5,5 milioni le persone che vivono in aree potenzialmente esposte. Le regioni più interessate sono Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Veneto, Lombardia, Liguria e Sicilia. «Il territorio italiano è intrinsecamente fragile e i cambiamenti climatici amplificano il rischio – spiega Monica Papini, presidente dell’Associazione italiana di geologia applicata e ambientale –. Il dissesto non è però un destino inevitabile. Occorre investire nella prevenzione per salvare vite, tutelare le imprese e ridurre i costi economici e sociali futuri. La geologia applicata è la disciplina che può guidare questo passaggio, perché integra diversi strumenti, dal telerilevamento satellitare ai droni, dai sensori in situ ai sistemi di informazione geografica Gis, per monitorare in modo continuo i fenomeni instabili».

In questo quadro, prosegue Papini, «l’intelligenza artificiale e i modelli predittivi possono individuare pattern ricorrenti e anticipare scenari di evoluzione del rischio e supportare decisioni di amministrazioni e protezione civile, ma devono essere governati da solide competenze scientifiche. I dati da soli non bastano». Accanto alla lettura del rischio cresce il ruolo delle soluzioni basate sulla natura. «L’ingegneria naturalistica è una risposta strutturale interdisciplinare all’esigenza di prevenzione», sottolinea Federico Preti, presidente dell’Associazione italiana per l’ingegneria naturalistica. «Occorre puntare – spiega – su opere vive, con l’impiego di piante autoctone e materiali biodegradabili locali, che consentono di mitigare il rischio idrogeologico, aumentare la biodiversità e ridurre i costi rispetto agli interventi tradizionali».

 

 

 

 

FONTI     Anna Marino      “Enti Locali & Edilizia”

Categorized: News