I ministeri e gli altri dovranno spedire le ultime carte entro venerdì perché la prossima settimana saranno a Roma i tecnici della task force
L’azzeramento dei ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni centrali e locali, l’attivazione del sistema europeo di gestione del traffico in 1.400 chilometri di ferrovie, il finanziamento di 5mila progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin), l’assunzione di 2.300 ricercatori e l’assegnazione di 550 borse, il sistema di monitoraggio dei rischi idrogeologici e la realizzazione valorizzazione culturale e turistica dei borghi attraverso il sostegno a circa 2mila Pmi.
La rimodulazione di fine 2023 ha arricchito il menù di questo primo semestre 2025 del Pnrr, raddoppiando da 20 a 40 (12 milestones e 28 target) gli obiettivi da raggiungere entro il 30 giugno per poter spedire a Bruxelles l’ottava richiesta di pagamento, da 12,8 miliardi.
Ma come di prammatica il monitoraggio confluito nella cabina di regia convocata ieri a Palazzo Chigi dal ministro per il Pnrr Tommaso Foti parla un linguaggio rassicurante. I ministeri e gli altri soggetti titolari dovranno spedire le ultime carte entro venerdì, perché la prossima settimana saranno a Roma i tecnici della task force della commissione.
Ma gli obiettivi appaiono in sicurezza, e dopo gli ultimi controlli partirà la richiesta dell’ottava rata mentre a giorni è atteso anche l’accredito della settima, in linea con i tempi dello scorso anno, dopo il via libera ufficiale arrivato da Consiglio europeo ed Ecofin.
Ma sullo sfondo resta il nodo della prossima, ultima rimodulazione del Piano, per metterlo al riparo dai rischi che si concentrano sulla sua fase finale. Annunciata dal Governo a più riprese prima per la primavera e poi per questo mese di giugno, la revisione straordinaria allunga ancora i tempi, per una ragione tecnica e una sostanziale.
La prima è legata all’attesa delle nuove Linee guida che dovrebbero arrivare dalla Commissione per dettagliare sul terreno operativo le opzioni elencate dalla comunicazione del 4 giugno: rafforzare delle misure che stanno correndo più spedite, ridimensionare i piani e le dotazioni finanziarie di quelle in affanno, spostare i progetti in ritardo su altri fondi europei o nazionali (come fatto per le ferrovie anche dall’ultima revisione tecnica che ha spianato la strada all’ottava rata) o ricorrere a strumenti finanziari e schemi di garanzie che permettono di scavallare il 2026: termine che l’Esecutivo comunitario continua a giudicare improrogabile, come ribadito ancora ieri da Foti in cabina di regia.
I nodi tecnici, si diceva, si incrociano con quelli sostanziali, dettati dall’esigenza di girare le somme incagliate come Transizione 5.0 ad altri aiuti alle imprese, da adeguare a un contesto cambiato in fretta come si ragiona in queste ore a Palazzo Chigi. Perché nelle scorse settimane gli annunci si sono susseguiti, in particolare con l’idea di destinare una quota di fondi a per ora non meglio precisati aiuti contro l’effetto dazi: ma un’agenda internazionale impazzita sta cambiando a raffica la lista delle priorità, oggi concentrate sui riflessi della guerra in Medio Oriente.
La finestra utile per rimettere mano alle ultime, fitte tappe del Piano non è però infinita. E nella riunione a Palazzo Chigi ieri Foti ha voluto mettere le mani avanti, nel tentativo di evitare la replica dei contrasti interni al Governo che hanno complicato il restyling di un anno e mezzo fa. Perché qualche ministro dovrà rinunciare a una quota di fondi, e «nessuno pensi di poter tutelare il proprio orticello», avrebbe avvertito chiosando con un «chi vuole intendere intenda» rivolto prima di tutto ai colleghi di Governo. Nelle prossime settimane sarà chiaro a chi toccheranno le ”rinunce” principali. Intanto al ministero dell’Economia si continua a guardare con qualche apprensione l’andamento della spesa, in attesa di un’accelerazione che ancora fatica a prendere forma almeno nei monitoraggi ufficiali.
I cronoprogrammi prevedono due raddoppi dell’avanzamento finanziario, a 39 miliardi quest’anno e a quasi 70 il prossimo. «Il rischio di non realizzare interamente la spesa entro il termine del 2026 è significativo», ha avvertito due settimane fa l’Upb nel Rapporto sulla politica di bilancio. Ma anche a patto di farcela, una dinamica dei pagamenti così vivace va armonizzata con la traiettoria della spesa e le prospettive di deficit e debito fissate nel programma di finanza pubblica. Proprio per questa ragione da Via XX Settembre si continua a chiedere di accelerare i pagamenti di quest’anno per ammorbidire un po’ la gobba del 2026: fin qui senza troppo successo.
FONTI Gianni Trovati “Enti Locali & Edilizia”
