Otto arresti in diverse province. Controllo giudiziario per due società. Bucci: «Il protocollo di legalità funziona, nessun ritardo nell’opera»
L’ombra del caporalato si stende improvvisamente sui lavori per la costruzione della nuova diga foranea del porto di Genova. Un’opera del valore di 1,56 miliardi. Otto persone ieri sono state arrestate nell’ambito di una vasta operazione, denominata Punjabi, condotta nelle province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina.
Il provvedimento cautelare in carcere è stato disposto dal gip del Tribunale di Savona su richiesta della Procura della Repubblica, al termine di una lunga e articolata indagine coordinata e condotta dal Nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Savona, con il supporto del Nil (Nucleo carabinieri ispettorato del lavoro) di Genova e Brescia. Contestualmente, è stata applicata la misura del controllo giudiziario nei confronti di due società, una con sede a Brescia (la Jh) e una a Genova (la Rbb), e disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di 277mila euro, nei confronti della società bresciana.
L’indagine ha avuto origine da un intervento effettuato nel maggio 2025 da una pattuglia di carabinieri di Savona presso il cantiere edile situato nel porto di Vado Ligure (Savona), dove sono in corso i lavori per la realizzazione dei cassoni, in cemento armato, destinati alla costruzione della nuova diga foranea genovese. L’opera, inserita nel programma straordinario di investimenti per la ripresa e lo sviluppo dello scalo genovese e delle infrastrutture di collegamento con la città, è gestita dalla Struttura commissariale per la ricostruzione di Genova, che fa capo al governatore della Liguria, Marco Bucci. Quest’ultimo, a cui le forze di opposizione in Regione hanno chiesto spiegazioni, ha detto che «l’operazione è avvenuta perché noi abbiamo un protocollo di legalità che dà la possibilità di individuare queste cose». Bucci ha sottolineato che non ci saranno ritardi nella costruzione della diga e, in caso di sequestri di aree, ha detto, «cercherò di andare a parlare immediatamente con chi di dovere, per cercare di risolvere la situazione, ma questi sono problemi privati, contratti privatistici che sono al di fuori del sistema pubblico di appalto».
Sono stati alcuni lavoratori indiani, reclutati dalla società Jh costruzioni di Brescia, per lavorare nel cantiere di Vado, a rivolgersi ai carabinieri, i quali hanno dato avvio all’operazione Punjabi. I lavoratori erano stati estromessi dal posto di lavoro, allontanati dall’area di cantiere e chiusi fuori dall’alloggio che occupavano, dopo essersi rifiutati di cedere una parte del proprio stipendio ai referenti delle ditte che li avevano reclutati che, tra l’altro, pretendevano anche una quota per i dispositivi di protezione individuale e del canone di affitto dell’alloggio intestato alla società.
Dopo queste deposizioni, si sono aggiunti altri 42 lavoratori di origine pachistana e indiana. Tutti hanno spiegato che i referenti della società bresciana, anche loro di origini indiane e pakistane, avrebbero reclutato manodopera tra i connazionali, tutti incapaci di parlare o capire l’italiano. Dalle deposizioni raccolte è emerso che i titolari della società avrebbero preso in affitto appartamenti vicino al cantiere, al quale fornivano manodopera in subappalto, per stiparvi i lavoratori, anche 30 persone per appartamento. Alcuni hanno spiegato che, pur risultando ufficialmente dipendenti e retribuiti, dovevano restituire in contanti tra il 40 e 60% del loro stipendio ai “caporali”, che riconoscevano loro, al massimo, 5 o 7 euro l’ora, per 140-250 ore di lavoro al mese. Se avessero rifiutato, avrebbero rischiato il licenziamento nonché di essere privati dell’abitazione e abbandonati sul territorio. A ciò si aggiungeva il timore di eventuali ritorsioni verso i familiari in India.
FONTI Raoul De Forcade “Edilizia & Territorio”
