Ciucci (Ance): «Servono 1,5 miliardi immediati per chiudere i ristori 2024-2025». E sul 2026 il conto può arrivare a 1,8 miliardi. «Non possiamo permetterci un crollo della spesa in opere pubbliche». Sul Piano casa: più risorse per l’edilizia residenziale pubblica, incentivi per l’efficienza e correttivi al modello 70-30
Risorse per coprire gli extra-costi già sostenuti e con tutta probabilità ancora da sostenere) dalle imprese impregnate nei cantieri pubblici a causa del caro-materiali e mantenimento dei livelli di spesa garantiti (anche) dal Pnrr negli ultimi anni, evitando il vuoto che potrebbe aprirsi tra la fine dei programmi straordinari e l’avvio delle nuove opere.
Il delicato passaggio dall’eredità del Pnrr alla fase successiva è il tema centrale per un settore delle costruzioni in una fase che, nella lettura delle imprese, presenta almeno cinque questioni urgenti: la chiusura dei conti del caro-materiali per un totale di almeno 3,8 miliardi, la copertura dei maggiori costi che matureranno nel 2026, la continuità della spesa per infrastrutture e opere pubbliche, la messa a terra dei fondi europei e il rafforzamento del Piano casa, con un intervento più deciso sull’edilizia residenziale pubblica e sulla riqualificazione del patrimonio esistente.
A queste si aggiunge una questione trasversale: la capacità delle norme di accompagnare gli investimenti privati, a partire dall’edilizia, in un Paese che continua a muoversi dentro un quadro urbanistico e edilizio costruito in larga parte su regole risalenti a decenni fa.
A farsi portavoce delle preoccupazioni dei costruttori è il presidente dell’Ance, Antonio Ciucci. «Siamo in una fase di passaggio», dice Ciucci. «Usciamo dal Pnrr e guardiamo al futuro con ottimismo, perché noi siamo sempre ottimisti. Ma guardiamo anche con attenzione al futuro».
Caro-materiali primo conto da chiudere
La questione più urgente è quella dei ristori per il caro-materiali. Il tema è al centro delle richieste degli imprenditori da mesi. E le attese riposte in un eventuale assestamento di bilancio a luglio sono cadute nel vuoto. Il quadro parte dai circa 2 miliardi di fabbisogno relativi al 2024 e 2025. Si tratta, sottolinea Ciucci, di una necessità finanziaria ormai sostanzialmente definita sulla base delle richieste già esaminate dal ministero delle Infrastrutture. A fronte di questa esigenza, nella legge di Bilancio 2025 sono stati previsti 500 milioni, ma con disponibilità spostata al 2027. Il risultato, secondo l’Ance, è un fabbisogno immediato ancora scoperto di circa 1,5 miliardi. «Quindi c’è un disavanzo, c’è una necessità finanziaria di 1 miliardo e mezzo immediata», spiega Ciucci.
Il problema, però, non si ferma al pregresso. Per il 2026 l’associazione stima infatti un ulteriore fabbisogno di circa 1,8 miliardi legato al rincaro dei costi. «I 2 miliardi sono una somma certa, perché sono già le richieste che sono state esaminate dal Mit. Il miliardo e otto è invece una stima del caro-materiali che prevediamo per il 2026». È su questo secondo fronte che, secondo l’Ance, la legge di Bilancio dovrebbe intervenire prima che il problema finisca interamente sui bilanci delle stazioni appaltanti. Il meccanismo attuale, ricorda Ciucci, porta infatti a caricare sul committente pubblico il maggior costo dei lavori per la parte non coperta dal sistema centrale di compensazione.
«Siamo a settembre, quindi ormai alla fine del 2026. La legge di Bilancio prevede che nel 2026, fino alla fine dei lavori, del caro-materiali se ne debbano fare carico le stazioni appaltanti. Rischiamo che non abbiano la provvista finanziaria. È necessario coprire il fabbisogno di quegli enti che nei quadri economici non trovano nulla». Una questione che riguarda tanto le piccole e medie imprese che i colossi del settore come dimostra il caso Webuild, finito al centro della cronaca in questi ultimi giorni. «Nell’immediato servono subito immediatamente almeno 3,8 miliardi. Poi nel futuro serviranno altre risorse», spiega Ciucci. Lo sguardo è rivolto soprattutto alla più grande stazione appaltante italiana, Ferrovie, «che ha bisogno di un’iniezione finanziaria per il nuovo accordo di programma, altrimenti i bandi si fermano».
Sul tavolo resta poi un’incognita che va oltre la partita dei ristori già maturati. È il rischio che una nuova crisi geopolitica possa riprodurre, almeno in parte, lo shock sui prezzi registrato dopo la guerra in Ucraina. Ciucci richiama anche le tensioni legate a Hormuz e invita a non considerare archiviato il problema dell’energia e delle materie prime.
La vera partita: non far crollare la spesa
La seconda grande questione riguarda il dopo-Pnrr. Qui il messaggio che arriva dal mondo delle imprese è netto: più che un determinato livello teorico di investimenti, alle imprese interessa la continuità della spesa. «Noi spendiamo circa 50 miliardi. Di questi 50 miliardi, circa 15 miliardi sono del gruppo Ferrovie dello Stato, miliardo più, miliardo meno». L’obiettivo, quindi, non è necessariamente mantenere intatti i picchi raggiunti negli anni del Pnrr e dei grandi programmi infrastrutturali, ma evitare che alla fase espansiva segua una caduta verticale.
«Vorremmo che questo livello di spesa nei prossimi anni fosse confermato, anche con una piccola flessione, però non con un crollo». È qui che l’Ance vede un primo segnale di allarme nei livelli dei bandi delle grandi stazioni appaltanti. «Abbiamo un allarme da parte di grandi stazioni appaltanti, in particolare il gruppo Ferrovie dello Stato e Anas, che nell’ultimo anno e mezzo hanno rallentato in maniera vistosa i bandi di gara».
Il problema è ovviamente legato alla natura pluriennale della filiera delle costruzioni. «La nostra è una catena di montaggio: progetti, mandi in gara, esegui. Questo dura anni». Per questo una frenata dei bandi oggi anche se non produce un effetto immediato sul livello dei cantieri, certamente finisce per presentare il conto tra due o tre anni. «Negli anni migliori abbiamo avuto bandi di Rfi per 9 miliardi e di Anas per 6 miliardi. Se oggi hai un crollo da una media di 4 miliardi e 6 miliardi a 700-800 milioni, vuol dire che questo buco che stai avendo fra il 2025 e il 2026 fra tre anni te lo porterai sulla spesa».
Cabina di regia per i fondi Ue
Il tema dunque è soprattutto capire come trasformare gli stanziamenti in spesa effettiva. «Riteniamo che gli investimenti ci siano, che devono essere allocati naturalmente su opere che poi possono progredire». Perché il rischio è quello di avere risorse formalmente disponibili ma ferme nei bilanci. Il riferimento è anche ai fondi europei ordinari, a partire da quelli di coesione e strutturali, dove la quota di spesa resta bassa, attorno al 30 per cento.
Una cabina di regia per i fondi Ue: è uno dei punti sui quali l’associazione propone di replicare l’esperienza maturata con il Pnrr. IL motivo è che con il Pnrr, il sistema ha dimostrato di poter funzionare quando alle risorse viene affiancata una struttura di accompagnamento e controllo.
«I fondi europei rimangono, soprattutto funzionano. Il Pnrr ha funzionato, mentre i fondi europei, come sappiamo, hanno livelli di spesa bassissimi».
Le preoccupazioni sul Piano casa come nuova gamba della domanda
È in questo quadro che entra il Piano casa. Se è vero che la questione abitativa non è soltanto un capitolo dell’edilizia privata o sociale, ma può diventare una delle nuove direttrici di sviluppo del settore nella fase successiva al Pnrr, è altrettanto vero che sul fronte dell’edilizia residenziale pubblica il Piano casa mette sul piatto 970 milioni di euro in dieci anni: per l’Ance si tratta di una dotazione di avvio, non sufficiente a colmare un deficit accumulato in decenni di immobilismo: «970 milioni possono andar bene per iniziare, ma non possono essere il risultato finale atteso».
Il confronto con gli altri Paesi europei rende evidente la dimensione del problema. «Abbiamo un totale di abitazioni di edilizia residenziale pubblica con una percentuale bassissima, il 3,5 per cento contro il 17% della Francia». La richiesta per la prossima legge di Bilancio è quindi di trovare ulteriori risorse per ampliare il patrimonio pubblico. «Insieme alle nuove case, quindi al fabbisogno abitativo, c’è bisogno anche di efficientare quelle che esistono», ricorda poi Ciucci.
Sul Piano casa resta però da risolvere un altro problema, quello dell’edilizia integrata e del modello che prevede la combinazione tra quota libera e quota sociale. Il punto critico è la sostenibilità economica del modello 70-30, che «rischia di poter essere sostenibile solamente in aree, e quindi penso alle grandi città, dove il valore immobiliare ti crea e ti genera quella leva finanziaria che poi ti permette di fare la parte di edilizia sociale». Dove il valore degli immobili è più basso, invece, la stessa formula rischia di non reggere. Da qui la proposta di ragionare su un modello più flessibile, capace di intercettare anche interventi di dimensione più contenuta. «Pensiamo di poter proporre qualcosa che possa naturalmente avere la sostenibilità e magari le stesse, o comunque delle semplificazioni, che possano garantire la riuscita del piano e quindi poi alla fine la messa a disposizione delle case accessibili».
La domanda privata e il problema delle regole
Il tema immobiliare non può essere affrontato soltanto dal lato delle risorse. C’è anche il problema delle regole che devono consentire agli investimenti privati di partire. «Ci muoviamo con le norme del dopoguerra. Il 1942 o gli standard urbanistici del 1968 sono roba per un Paese che era in espansione, non come adesso, che invece dovrebbe rigenerare, recuperare». Il risultato è che l’investimento privato viene frenato dall’incertezza amministrativa e dalla durata dei procedimenti. Come dimostra la corsia preferenziale prevista dal programma straordinario sulla casa per i grandi investimenti di livello superiore al miliardo, fatta di semplificazioni e commissario. La domanda, però, è se le stesse condizioni non debbano essere assicurate anche agli operatori di dimensione inferiore. «Se il grande investitore segnala che per fare le case servono semplificazioni, questo vale anche per il piccolo investitore, per il piccolo sviluppatore», sottolinea il presidente dell’Ance.
Tempi troppo lunghi per la riforma edilizia
Qui entra in gioco anche la riforma del Testo unico dell’edilizia. Il disegno di legge delega si trova ancora incagliata in un accidentato percorso parlamentare e, anche ammesso che si arrivi al traguardo entro la fine della legislatura, c’è da ricordare che il testo risulterà comunque lontano dal produrrà effetti operativi per le imprese e cittadini perché richiederà diversi ulteriori passaggi per arrivare ai decreti legislativi. «Si tratta di tempi non commisurabili con le emergenze che dobbiamo affrontare e con le necessità del nostro settore», conclude il presidente Ance.
Quanto alle attese sul partenariato pubblico-privato, su cui il governo ha annunciato di essere pronto a intervenire, il problema «non è la prelazione: il project non si è sempre fatto poco in Italia, anche con la prelazione». La questione centrale diventa quindi quella dei tempi amministrativi e delle competenze delle stazioni appaltanti. «Il procedimento deve essere veloce: da quando il promotore fa la proposta a quando naturalmente può essere contrattualizzata, non possono passare gli anni». E serve una pubblica amministrazione capace di governare strumenti finanziari e contrattuali complessi. Con un comprensibile limite alle aspettative: «Il Ppp può essere un tassello utile, ma non potrà mai supplire completamente agli investimenti pubblici».
FONTI Mauro Salerno “Edilizia & Territorio”
IMMAGINE Antonio Ciucci, presidente Ance “Edilizia & Territorio”
