Il ministro della Transizione ecologica ha tracciato le linee programmatiche del dicastero e fissato alcuni snodi cruciali per la road map
Entra nel vivo il percorso di riscrittura del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per fine aprile, il governo dovrà consegnare a Bruxelles la versione finale del documento, le cui tessere si stanno componendo e che ieri è stato al centro di un confronto tra il premier Mario Draghi e i ministri impegnati nella stesura, a cominciare dal titolare dell’Economia, Daniele Franco.
Un “cantiere aperto”, dunque, i cui contorni definitivi saranno messi a punto partendo dalla bozza lasciata in eredità dal precedente esecutivo, in cui è presente «uno zoccolo duro di dati e informazioni» da integrare e affinare, come ha spiegato il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Che ieri, in una doppia audizione di quasi 7 ore, ha tracciato le linee programmatiche del dicastero e fissato alcuni snodi cruciali per la road map del Recovery Plan italiano e, soprattutto, per la sua attuazione.
Per non vanificarne l’efficacia, serve infatti un enorme lavoro di semplificazione e snellimento della burocrazia – è la ricetta del fisico milanese – in modo da accelerare la realizzazione di nuovi impianti rinnovabili (pari, finora, a un decimo di quanto programmato con tempi medi effettivi di 4-5 anni per gli iter autorizzativi) e la riuscita delle aste, andate praticamente deserte con meno di un quarto della capacità messa a gara aggiudicata. Tutti tasselli cruciali anche per il Piano nazionale energia e clima («da rafforzare e allineare ai nuovi target europei», ha chiarito il ministro), che impone altresì una svolta sui tempi del permitting collegato alla valutazione di impatto ambientale, su cui Cingolani ha fornito qualche numero. «Da gennaio a 2020 a metà febbraio di quest’anno delle 610 istanze pervenute, risultano lavorate 577 (il 95%), mentre sono in corso di verifica di procedibilità quelle recentemente pervenute (33) e che saranno processate entro i tempi previsti dalla normativa. Per le restanti 30 istanze, ritenute non procedibili, si è in attesa della trasmissione degli atti di perfezionamento da parte dei proponenti», ha spiegato il ministro per poi annunciare anche un netto sprint per «smaltire l’arretrato».
Insomma, Cingolani è deciso a velocizzare le procedure «con soluzioni e tempi certi», anche grazie all’avvio di un gruppo di lavoro con i ministeri delle Infrastrutture e della Cultura nell’ottica di «un’azione interministeriale» da estendere, ha aggiunto, al Sud e che dovrebbe investire la governance di tutto il Pnrr: «un’occasione unica», ha ribadito, rispetto al quale «in 3 settimane sono stati già istruiti circa il 50% dei progetti green». Una sterzata che, per la verità, il ministro è intenzionato a imprimere non solo al capitolo del Pnrr di sua competenza, ma all’intera macchina amministrativa del nuovo MiTE – che «necessita di un potenziamento», anche per affrontare le nuove sfide nel settore energetico prodotte dal riassetto dei ministeri -, tanto da aver avviato, ha spiegato in audizione, con il capo di gabinetto, Roberto Cerreto, «una revisione delle misure pending» per sbloccare il prima possibile gli interventi già approvati e ancora fermi.
È un approccio assai pragmatico, quindi, e Cingolani sembra averlo messo in campo su più binari, come il superbonus, su cui è già stato avviato una task force per valutarne le criticità e dove occorre «una drammatica sburocratizzazione» indipendentemente dall’allungamento. Poi, sul fronte strategico delle rinnovabili, guardando oltre il permitting, il ministro ha detto che occorre definire il decreto Fer2 con gli incentivi per la produzione elettrica da fonti green, atteso da anni, ed estendere il Fer1. Quanto al versante delle “trivelle”, il messaggio è stato chiaro: il piano per le aree idonee (Pitesai) arriverà nei tempi previsti (entro il 30 settembre). E, su tutta una serie di temi divisivi, dal taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad) all’idrogeno, Cingolani ha puntato a spiegare il metodo che ispirerà l’azione del ministero: serve una «strada progressiva e sostenibile» per i Sad che tuteli il raggiungimento dell’obiettivo ma senza bastonare le categorie in sofferenza. Mentre sull’idrogeno, fermo restando che la «soluzione regina» sarà quello verde, va assicurata una filiera italiana a valle e «dobbiamo gestire bene il tempo della transizione». Niente svolte traumatiche, dunque. Su nessun fronte.
FONTI : Celestina Dominelli “Edilizia e Territorio”
