Ricerca Nielsen-TeamSystem: il 52% ha adottato soluzioni elettroniche e ha utili più alti del 28 per cento. Pa impreparata per l’appuntamento del 1° gennaio 2025 con il Bim
L’utilizzo delle soluzioni digitali, o al contrario il loro mancato sviluppo in azienda, spaccano in due il mercato delle costruzioni italiane. Sarebbe facile dire dubito che l’edilizia è come al solito in grande ritardo sulla digitalizzazione. Ma la verità è che lo scenario è polarizzato nei due corni in cui si divide il mercato. Da una parte le grandi imprese, i big del settore, dove l’uso del digitale è parecchio avanzato e del tutto allineato alle tecnologie disponibili, Bim compreso. Dall’altra parte le piccole e piccolissime imprese che costituiscono la gran parte dell’offerta edilizia che invece ancora oggi faticano a dotarsi di app e gestionali, nonostante i guadagni di efficienza, produttività e anche di profitto che ne potrebbero derivare. Sullo sfondo, almeno per chi lavora nel settore pubblico, resta il tema di una controparte, la pubblica amministrazione, che paga decenni di mancati investimenti in tecnologie e risorse umane e che dopo la “batosta” della digitalizzazione degli appalti ancora in fase di difficile “smaltimento”, quasi sicuramente, tra meno di sei mesi, si offrirà ancora con un fianco scoperto alla scadenza del primo gennaio 2025, quando l’utilizzo del Bim diventerà obbligatorio a partire dai progetti di medio-piccola dimensione, dal milione in su.
A tracciare il quadro del grado di diffusione delle tecnologie digitali nel mondo delle costruzioni è una ricerca elaborata da Nielsen per TeamSystem, uno dei grandi player nel campo delle soluzioni dedicate a costruzioni e Pa.
Come prima dato, la ricerca non può che ribadire che rispetto alla media delle aziende italiane in senso ampio, le imprese edili sono molto meno digitalizzate. Secondo i dati Istat 2023, le Pmi di costruzioni mostrano un’adozione di tecnologie digitali al di sotto della media delle Pmi italiane. I particolare, possiede un sito web il 67,2% contro il 74,2 medio, utilizza un software aziendale evoluto il 36,1% contro il 48,7% medio, analizza dati aziendali solo il 13,8% contro il 24,9 per cento. Ma meno, non vuol dire “per nulla”. Al contrario: la ricerca di Nielsen ha evidenziato che ben il 52% delle imprese edili è sicuramente digitalizzata nei suoi processi. E ben il 10% – si tratta ovviamente alle imprese di maggior dimensione che lavorano su mercati nazionali e internazionali – ha un alto grado di digitalizzazione, mentre la maggioranza ha intuito la potenzialità dell’innovazione digitale (in termini di monitoraggio, reporting, sicurezza …) per ottenere migliori performance economiche.
Uno dei dati più interessanti riguarda il rapporto di causa-effetto tra maturità digitale e rendimento economico delle imprese. Secondo Nielsen le Pmi che si sono date un minimo di intelaiatura tecnologica evidenziano un utile netto maggiore del 28%, un margine di profitto più alto del 18%, un valore aggiunto e un margine Ebitda più alto dell’11% rispetto ai concorrenti meno evoluti, anche lavorando su mercati iper-locali. «Non bisogna pensare che gli strumenti digitali siano utili solo alle grandi imprese o che non esistano prodotti pensati, anche in termini di costo, per le micromprese – spiega Cristiano Zanetti, general manager Bu Market specific solutions di TeamSystem -. Digitalizzare significa semplicemente trasformare dei processi aziendali da cartacei a elettronici, al di là della fatturazione. E di questo possono beneficiare tutti, perchè non esistono barriere di investimento. Questo vale anche per gli imprenditori edili piccoli e piccolissimi che spesso hanno una vita professionale molto complicata».
Non è un caso che tra chi già uso di strumenti digitali siano i prodotti gestionale a farla da padrone: il 65% utilizza almeno un software di questo tipo. Soprattutto in connessione alla gestione del cantiere e della commessa in generale come aiuto per le attività quotidiane.
Va poi detto che qualunque siano le tendenze attuali l’onda lunga è destinata a cambiare per almeno due fattori. Il primo è il ricambio generazionale in arrivo e l’uso già pervasivo che le nuove generazioni hanno degli strumenti digitali. «Il secondo fattore – aggiunge Zanetti – è che oggettivamente l’experience digitale, ormai non è più solo appannaggio della vita professionale. Tutti ormai acquistiamo on line, prenotiamo i ristoranti tramite app. È tutto talmente che tu non si riesci più a distinguere tra i due ambiti e questo aiuta a guadagnare tempo e a migliorare la qualità della vita: un aspetto cui le giovani generazioni sono molto più attente».
Insomma il meccanismo è innescato e a poco a poco si trasformerà in una valanga. Se le imprese hanno gli strumenti, le possibilità e tanto da guadagnare nel cavalcarla. Lo stesso non si può dire per la pubblica amministrazione. Che ha già pagato a duro prezzo l’inerzia di fronte alla scadenza del primo gennaio 2024 che ha imposto la digitalizzazione di tutto il ciclo di vita dei contratti pubblici. Qui la situazione è molto più complicata anche perché una nuova scadenza è già in vista. E riguarda l’obbligo di gestire in Big anche i progetti di piccolo taglio, dal milione in su. Opere di ordinaria amministrazione anche per i comuni più piccoli, tuttora impreparati. «Nella Pa mancano le competenze – dice Zanetti -. Dunque non c’è alcun dubbio, ma la certezza che si ripeteranno tutte le difficoltà vissute quest’anno con la prima scadenza imposta da nuovo codice degli appalti. I Bim manager sono pochi e anche ammettendo che qualche comune se ne doti, non è che basta questo. Il tema è molto più complesso».
Per le Pmi però quella scadenza può essere un volano di sviluppo. «Sarà uno stimolo molto per le piccole imprese che lavorano nel settore pubblico – conclude Zanetti – perché entreranno in gioco cantieri molti piccoli che interesseranno praticamente tutte le imprese. E anche quelle che potrebbero rimanerne fuori saranno coinvolte dalla catena dei subappalti».
FONTI Mauro Salerno “Enti Locali & Edilizia”
