Il viceministro conferma i tempi stretti per il provvedimento del governo, «ma bisogna anche rivedere rapporti di forza con Sovrintendenze». I costruttori: mutui insostenibili nelle grandi aree
Un mix di risorse, leve fiscali e riforme urbanistiche, accompagnato da una governance capace di superare la frammentazione delle competenze. È la ricetta messa sul tavolo dall’Ance in vista del varo del Piano casa annunciato dal Governo. Le proposte sono state presentate a Roma nel corso dell’evento «Città da vivere», promosso dall’associazione dei costruttori per accendere i riflettori sull’emergenza abitativa.
Per l’Ance, il Piano deve includere «misure urbanistiche, fiscali e finanziarie» in grado di garantire il diritto all’abitare e di affrontare una crisi che «non riguarda più solo i meno abbienti». Dal governo arrivano intanto alcune conferme sui tempi. «Tutto lascia presupporre che il decreto andrà venerdì in Consiglio dei ministri – ha annunciato il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, intervenendo al convegno Ance -. Il provvedimento metterà a disposizione 950 milioni sull’edilizia residenziale pubblica. Ci sarà anche un altro capitolo del provvedimento dedicato alla parte privata per integrare. Perchè, per i volumi in gioco, la ristrutturazione della qualità abitativa non puo essere affrontata esclusivamente dalla finanza pubblica».
L’allarme dei costruttori parte da un dato strutturale: entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. «Il 50% della popolazione mondiale ormai vive nelle città ed è una percentuale che andrà ad aumentare. Se si prevede il 2030, quindi domani mattina, si arriverà al 60%», ha ricordato la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio. Un cambiamento che impone un adeguamento profondo delle politiche urbane. «Le nostre città si devono adeguare a quella che è una società contemporanea», ha aggiunto Brancaccio, ricordando che gli enti territoriali «si barcamenano per cercare di capire come possono dare risposte ai cittadini con normative urbanistiche del 1942 o standard di servizi del 1968».
Il nodo non è soltanto finanziario. «C’è sicuramente un problema di risorse – ha aggiunto Brancaccio – ma, paradossalmente, le risorse sono forse il problema minore». Il vero ostacolo è un altro: «Quello che è fondamentale è la volontà politica, le regole e le riforme. È molto difficile riuscire a trasformare le nostre città con le regole attuali».
Un punto sottolineato anche da Rixi, in pressing sulla necessità di rivedere i rapporti di forza con le Sovrintendenze. «Siamo uno dei pochi paesi che non riesce a ristrutturare quartieri edificati malamente nella ricostruzione postbellica – ha rimarcato il viceministro -. E non lo si riesce a fare per la sedimentazione di norme, alcune anche di rango costituzionale, che danno poter quasi di vita e di morte a una serie di autorità che sono anche autoreferenziate rispetto alla politica». Si parla ovviamente delle delle Sovrintendenze «che oggi pongono vincoli» non solo sul patrimonio culturale, ma «su aree industriali e su costruzioni civili, anche di bruttezza cosmica». «Salvare il brutto è il contrario di quello che dovrebbe fare una riqualificazione paesaggistica – ha concluso Rixi -. Dunque, senza una profonda modifica delle situazioni dei rapporti con le sovrintendenze diventa impossibile riqualificare alcune aree dal punto di vista paesaggistico».
Ma l’emergenza abitativa non è questione solo di norme e si intreccia anche con la crescente inaccessibilità dell’acquisto della casa nelle grandi città. Secondo i dati diffusi dall’Ance, la spesa per il mutuo supera la soglia del 30% del reddito – considerata limite di sostenibilità – in molte realtà urbane. A Milano, per una famiglia con reddito pari a 41mila euro, il peso del mutuo arriva al 50%. Anche con 59mila euro di reddito, la rata incide per il 35%, oltre la soglia di sostenibilità. A Roma, per un reddito di 33mila euro, il mutuo pesa per il 36%. A Torino, con 32mila euro, si arriva al 30%. A Napoli, con 26.700 euro, l’incidenza è del 34%.
Numeri che, per i costruttori, fotografano una difficoltà diffusa nell’accesso alla proprietà, anche per fasce di reddito medio. Parallelamente crescono i divari interni alle città. A Milano la fascia più ricca guadagna 27 volte più di quella più povera; a Roma 18 volte; a Torino 15; a Napoli 13. La competizione tra città come poli attrattivi per investimenti e lavoro è evidente anche nei dati macroeconomici. Rispetto al 2008, il Pil di Milano è cresciuto del 16,2%, superando i livelli pre-crisi. Roma segna un +0,5%, Torino un -0,6%. Napoli (-3,9%) e Palermo (-2,8%) restano sotto i livelli antecedenti alla crisi finanziaria. In termini di occupazione, Milano (+19,7%) e Roma (+11,4%) si collocano sopra i livelli pre-crisi; Torino registra +6,1%, mentre Napoli (+1,1%) e Palermo (+0,5%) sono sostanzialmente stabili.
Per l’Ance, la capacità di investimento dei Comuni è una leva decisiva per rendere le città inclusive e attrattive. Dal 2008 al 2016 gli investimenti comunali si sono quasi dimezzati, passando da 15 a 9 miliardi. Solo dal 2018 in poi, e in maniera più consistente con il Pnrr, la spesa è tornata a crescere fino a raggiungere 22 miliardi nel 2025 (+163%). Da qui la richiesta di dare continuità al modello Pnrr, fondato su risorse certe e milestone. Secondo l’associazione, proprio questo impianto ha consentito ai Comuni di tornare a investire sul territorio.
Tra le priorità indicate anche la rapida approvazione della legge sulla rigenerazione urbana e della riforma del Testo unico edilizia. Obiettivo: «dare chiarezza e certezza operativa a cittadini, imprese e professionisti» e favorire il recupero di spazi e aree degradate.
Sul piano sociale, è stata la presidente Brancaccio a richiamare il rischio di città sempre più selettive. «Milano è attrattiva perché dà possibilità di lavoro, dà servizi, ma se infermieri, medici, maestre e tranvieri non riusciranno più a vivere in quell’area urbana, questi servizi inevitabilmente verranno meno». Le città, ha concluso, «non devono diventare non luoghi», ma «mix di inclusione e ricchezza». Senza un bilanciamento tra attrattività e coesione, è in sintesi il monito, «non c’è futuro» per il Paese.
FONTI Mauro Salerno “Enti Locali & Edilizia”
