Busia (Anac) ha tratteggiato in modo realistico lo stato di salute del sistema nazionale in materia di appalti pubblici
Nel presentare al Parlamento, lo scorso 20 maggio, la relazione annuale sull’attività svolta da Anac nel corso del 2025, il presidente Giuseppe Busia ha tratteggiato in modo realistico lo stato di salute (fra gli altri) del sistema nazionale in materia di appalti pubblici.
Nonostante alcuni richiami al legislatore e la preoccupazione espressa per la contrazione del volume complessivo degli appalti, soprattutto di lavori (-38,9% nel 2024 rispetto al 2023), principalmente a causa dell’imminente scadenza del Pnrr, Busia non ha mancato di evidenziare alcuni aspetti positivi che hanno caratterizzato la recente evoluzione del settore.
Sono stati evidenziati, fra gli altri, la ricettività dimostrata dalle amministrazioni pubbliche rispetto al ricorso alle tecniche digitali, l’obbligatorietà del ricorso alla modellistica digitale (in particolare: Bim) per gli appalti sopra i 2 milioni, i passi in avanti compiuti dal legislatore al fine di contrastare il fenomeno delle finte fidejussioni e l’indubbia centralità riconosciuta alla figura dei Collegi consultivi tecnici.
Per quanto riguarda, poi, gli interventi di cui al decreto correttivo dello scorso dicembre (209/2024), è stato apprezzato il proficuo dialogo interistituzionale che ne ha accompagnato la genesi e sono stati accolti con favore alcuni dei suoi interventi, anche in chiave di qualità complessiva della legislazione e di superamento di alcuni «disallineamenti e lacune» che caratterizzavano il Codice del 2023 nella sua iniziale stesura. Queste conclusioni sono in larga parte condivisibili ma proprio il richiamo alle novità di cui al decreto correttivo del dicembre 2024 richiamano all’attenzione degli interpreti un tema ben conosciuto (e, allo stesso tempo, sempre attuale) che è quello dei rischi connessi alle continue ed incessanti modifiche al «Codice» dei contratti.
È stato in più occasioni (e da molti osservatori) sottolineato il rischio che l’irresistibile tentazione del decision maker pubblico di apportare continue modifiche e integrazioni al testo del «Codice» possa sortire nell’immediato la sensazione di aver risolto problematiche di volta in volta percepite come indifferibili ma finisca nel medio periodo per produrre un effetto normativo incerto e intrinsecamente incoerente, in tal modo tradendo le (pur ottime) intenzioni di partenza.
La recente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, lo scorso 21 maggio, del decreto Infrastrutture (73/2025) sembra purtroppo offrire una conferma di tale preoccupazione. Il decreto legge in questione introduce (in particolare, agli articoli 2 e 9) interventi di modifica al Codice del 2023 di indubbio rilievo e interesse, mirando a obiettivi senz’altro condivisibili (come quelli relativi agli incentivi per le funzioni tecniche svolte dai dipendenti pubblici o a una più precisa distinzione fra gli appalti di somma urgenza e quelli di protezione civile – che non sempre coincidono nell’oggetto).
Certamente rilevanti (e destinati a risolvere problematiche concrete e attuali) sono poi gli ulteriori interventi introdotti dal recente decreto in materia di qualificazione del subappaltatore e di revisione dei prezzi contrattuali. Ma, al di là della condivisibilità dei singoli interventi e delle finalità che vi sono sottese, il recente intervento pone un evidente tema relativo al metodo degli interventi normativi in questo cruciale settore dell’economia pubblica. E infatti (dopo un periodo di sostanziale tregua normativa che aveva seguito per quasi due anni l’entrata in vigore del Codice del 2023), emerge ora con evidenza il possibile ritorno a una tecnica normativa – che si sperava appartenere al passato – fatta di interventi sporadici, affidati alla decretazione d’urgenza e potenzialmente idonei a privare il Codice della coerenza sistematica che – secondo quanto dai più riconosciuto – ne caratterizza uno dei veri punti di forza.
A questo si aggiunge la consapevolezza che a breve (probabilmente, già nel corso del 2026) la Commissione europea presenterà una propria proposta di revisione del quadro normativo in tema di appalti, al quale dovrà necessariamente seguire una disciplina nazionale di adattamento. È evidentemente impensabile che una materia così rilevante e complessa possa essere tenuta in assoluto indenne da fibrillazioni normative, ma è anche evidente che la qualità complessiva della regolazione in un settore che ‘pesa’ circa il 15% del Pil nazionale rappresenti di per sé un asset strategico per il Paese.
Di qui l’auspicio che il decision maker pubblico profonda ogni sforzo possibile e ragionevole per impedire che il Codice dei contratti rischi di divenire esso stesso una sorta di cantiere incompiuto.
FONTI Claudio Contessa “Enti Locali & Edilizia”
