Skip to content
Close
Hit enter to search or ESC to close

Nel nuovo regolamento appalti resta centrale la qualificazione

La Commissione sta costruendo un ecosistema in cui dati e documenti sulle imprese circolano tra amministrazioni e Stati membri

 

Il 9 settembre la Commissione europea presenta la proposta destinata a riscrivere le regole degli appalti pubblici: al posto delle tre direttive del 2014, un regolamento unico e direttamente applicabile negli Stati membri. In gioco c’è un mercato da 2.600 miliardi di euro l’anno, il 15% del Pil dell’Unione. Le linee sono note: più semplificazione, più digitale, un baricentro che si sposta dal massimo ribasso verso qualità, lavoro, sicurezza e ambiente.
È una direzione che raccoglie consenso ampio, ma porta con sé una questione tecnica di non poco conto: valutare la qualità di un’offerta è la stessa cosa che assicurare la qualità di ciò che verrà eseguito? Una stazione appaltante può disegnare la procedura migliore, pesare la componente tecnica, premiare il progetto più solido. Il risultato dipende poi dalla capacità dell’impresa di rispettare tempi, obblighi contrattuali, sicurezza e continuità.

L’offerta è una promessa, l’esecuzione è la prova; e la letteratura sul contenzioso negli appalti mostra che il divario tra le due non è marginale. Da qui l’interrogativo che attraversa il negoziato: quanto peso dare alla verifica preventiva dell’operatore, accanto alla valutazione dell’offerta. Su questo l’Italia porta una lunga esperienza. Da oltre venticinque anni, nei lavori pubblici, il sistema Soa, le Società organismi di attestazione, verifica ex ante le capacità dell’impresa: non giudica la convenienza della singola offerta, ma accerta prima della gara se l’operatore possiede requisiti e capacità per operare nelle diverse categorie e classi di importo. Un’architettura che alcuni Stati membri guardano come possibile riferimento per rafforzare l’affidabilità esecutiva, e che, lo dico da chi opera nel settore, riteniamo meriti un riconoscimento a livello europeo, purché in forma non discriminatoria, proporzionata e interoperabile con l’infrastruttura digitale comune.

La riforma sarà in larga parte una partita digitale, e qui va sciolto un equivoco. La Commissione sta costruendo un ecosistema in cui dati e documenti sulle imprese circolano tra amministrazioni e Stati membri, con il Public procurement data space a collegare le banche dati europee (Ted compreso) a quelle nazionali. È una trasformazione utile: meno adempimenti e partecipazione transfrontaliera più semplice. Ma accertare in automatico che una impresa possieda un certificato o non ricada in una causa di esclusione è cosa diversa dal misurarne esperienza, organizzazione e affidabilità esecutiva. La verifica digitale dei requisiti è una baseline comune; non coincide, di per sé, con un giudizio sulla capacità di portare a termine un contratto.

La stessa logica si affaccia oltre i lavori. In mercati come il facility management, i servizi energetici, la gestione impiantistica e le manutenzioni, la capacità organizzativa, l’esperienza e la continuità pesano talvolta più del prezzo. Non si tratterebbe di trasferirvi meccanicamente i requisiti richiesti dalla Soa per il settore dei lavori, ma di individuare requisiti calibrati e proporzionati alle caratteristiche di ciascun settore. La consultazione della Commissione ha già registrato una domanda di flessibilità, minori oneri, più digitale e superamento del criterio del prezzo più basso: segnali che il tema dell’affidabilità dell’esecuzione è avvertito ben oltre l’edilizia.

La questione non è chiedere all’Europa di guardare a una peculiarità italiana: è più ambiziosa. Si tratta di trasformare un’esperienza nazionale consolidata in un possibile contributo alla costruzione di un modello europeo capace di coniugare concorrenza, qualità e affidabilità. L’Europa può e deve rendere possibile una qualificazione compatibile con un mercato aperto.

 

 

 

FONTI       Tiziana Carpinello *       “Edilizia & Territorio”

* presidente di Bentley Soa

Categorized: News