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Piattaforma unica della trasparenza: la proposta ANAC sposta il baricentro della vigilanza

L’Atto di segnalazione n. 3/2026 documenta banche dati superate e vigilanza ridotta al controllo del link, ma il rimedio indicato passa dalla piattaforma gestita dall’Autorità. Perché l’aggiornamento dell’Allegato B risolverebbe gran parte dei problemi senza toccare l’architettura del sistema.

 

Quando un’Autorità di vigilanza segnala al legislatore che una norma non funziona, la parte più delicata del documento non è quasi mai la diagnosi ma la cura che propone.

La diagnosi si misura sui fatti e regge o non regge. La cura porta invece con sé una scelta di architettura istituzionale, che va discussa per quello che è e a prescindere dalla fondatezza dei rilievi che l’hanno originata.

L’  Atto di segnalazione n. 3 del 7 luglio 2026, con cui ANAC interviene sulle nuove modalità di assolvimento degli obblighi di trasparenza introdotte dall’art. 8 del   D.L. n. 19/2026 (convertito dalla Legge n. 50/2026), va letto con questa doppia lente.

I problemi che elenca sono documentati e verificabili uno per uno. Il rimedio che indica passa, però, tutto da una piattaforma che gestisce l’Autorità stessa, e vale la pena dirlo senza imbarazzo, perché è un dato di struttura e non un processo alle intenzioni.

 

Cosa ha tagliato l’articolo 8
L’art. 8, commi 2 e 3, del D.L. n. 19/2026 consente ai soggetti dell’art. 2-bis del D.Lgs. n. 33/2013 di assolvere una lunga serie di obblighi pubblicando, nella sezione “Amministrazione trasparente”, un collegamento alle banche dati nazionali che quei dati già raccolgono.

Sulla carta è una norma di poche righe ma nella sostanza tocca un impianto costruito in dieci anni. La vigilanza sulla trasparenza non si è, infatti, mai fondata soltanto sul decreto del 2013 ma sugli allegati alle delibere adottate nel tempo dall’Autorità, dalla n. 1310/2016 fino alla n. 330/2025, che elencano sottosezione per sottosezione — con un dettaglio che il decreto non ha — che cosa vada pubblicato e con quale periodicità.

È quella stratificazione che l’articolo 8 scavalca. Dove opera il rinvio, l’adempimento non si misura più sul contenuto ma sull’esistenza di un link.

 

Perché ANAC dice di non poter più vigilare?
Qui va riconosciuto all’Autorità un merito che in molti commenti si perde. L’Anticorruzione non annuncia resistenze, non impartisce istruzioni contrarie alla norma, non prova a riscrivere per via amministrativa ciò che il legislatore ha deciso. Dichiara “solo” che potrà verificare unicamente la pubblicazione del collegamento e il suo corretto funzionamento, e che non potrà più contestare le carenze delle informazioni contenute nelle banche dati.

Aggiunge anzi che, se il link non funziona per fatto imputabile al gestore della piattaforma e non all’ente vigilato, nessun provvedimento è adottabile nei confronti dell’amministrazione. Restringe cioè la propria potestà a tutela del soggetto vigilato.

 

E i problemi che segnala esistono davvero
Nel dettaglio, l’Anticorruzione evidenzia le seguenti criticità:

  • il portale “Soldi pubblici”, al quale il comma 2 rinvia per i dati sui pagamenti, risulta non consultabile e in fase di adeguamento;
  • la banca dati Siquel, richiamata per le partecipazioni, è superata;
  • quella dei rendiconti dei gruppi consiliari regionali non è rintracciabile sul sito della Corte dei conti;
  • per i bandi di concorso l’Allegato B non menziona il Portale InPA, che è oggi lo strumento di riferimento;
  • per il patrimonio immobiliare richiama la banca dati Rems, mentre i dati stanno altrove.

A questo si aggiunge che la BDAP non copre l’intero art. 29 e che SICO non raccoglie i tassi di assenza dell’art. 16, comma 3. Tutti rilievi documentati, non opinioni. Un legislatore ha scritto una norma che rinvia a un allegato che nessuno aveva aggiornato. E chi lo fa notare fa solo il proprio mestiere.

 

La Piattaforma unica oggi si occupa di contratti pubblici
È sul rimedio che il ragionamento cambia di segno.

La Piattaforma unica della trasparenza è istituita presso ANAC e oggi offre un sistema centralizzato per i dati sui contratti pubblici e per gli affidamenti in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica. È lo strumento che i lettori conoscono per il Codice dei contratti, non per il decreto trasparenza.

La proposta è di estenderne il perimetro all’intero D.Lgs. n. 33/2013, acquisendo per interoperabilità i dati già trasmessi alle banche dati nazionali e ospitando quelli che le banche dati non raccolgono, così che le amministrazioni possano assolvere gli obblighi con un solo collegamento.

E c’è un passaggio ulteriore che merita attenzione. L’Autorità propone che la Piattaforma sia utilizzabile anche dagli enti che oggi non trasmettono nulla alle banche dati nazionali, per superare la disparità creata dalla novella.

Quegli enti, allo stato attuale, pubblicano sul proprio sito e nient’altro. Con la proposta alimenterebbero la piattaforma di ANAC con un flusso informativo che oggi non esiste.

 

Aggiornare l’Allegato B basterebbe?
Questa è la domanda che sposta il giudizio, e la risposta è quasi tutta dentro l’atto.

Delle criticità elencate, quelle su “Soldi pubblici”, Siquel, InPA e Rems si risolvono aggiornando l’Allegato B. Quelle su BDAP e SICO si risolvono allineando ambito oggettivo e tempistiche fra decreto e banche dati. Sono la seconda e la terza delle tre richieste che l’Autorità rivolge al legislatore, e non sollevano obiezioni di sistema.

La prima richiesta, quella sulla Piattaforma unica, è di natura diversa. Non è manutenzione, è architettura.

Ed è la sola che non discende necessariamente dalla diagnosi, perché il problema documentato è l’obsolescenza di un elenco e il disallineamento di alcune banche dati, non l’assenza di un punto di raccolta unico.

 

Chi propone il rimedio ne è anche il beneficiario
Qui sta il punto che vale la pena dire per intero. Un’Autorità rileva che una norma le riduce lo spazio di vigilanza e indica come soluzione una piattaforma che gestisce lei, alla quale confluirebbero anche dati di soggetti che oggi non le trasmettono nulla.

Non è un’accusa e non richiede di ipotizzare secondi fini. È una configurazione di incentivi che esiste a prescindere dalle intenzioni di chi scrive l’atto, e che per questo va valutata dal destinatario della segnalazione — cioè dal Parlamento — e non data per scontata.

Aggiungo che l’Autorità non ne fa mistero. Il collegamento fra la perdita di poteri di vigilanza e la proposta sulla Piattaforma è dichiarato apertamente nello stesso documento, il che è un argomento a favore della buona fede e non contro.

Resta però che chi propone il rimedio ne è anche il beneficiario istituzionale, e questo in un’istruttoria legislativa si scrive, non si tace.

 

Conclusioni
Sul tavolo del legislatore ci sono tre richieste. Due sono manutenzione ordinaria, andrebbero recepite domani mattina e nessuno avrebbe da eccepire.

La terza chiede di spostare il baricentro della trasparenza amministrativa dentro un’infrastruttura dell’Autorità anticorruzione, e merita un passaggio parlamentare vero, non un recepimento automatico dentro il prossimo decreto utile.

Ciò significa che la questione non è se ANAC abbia ragione sui fatti, perché sui fatti ha ragione. È se la diagnosi corretta di un problema attribuisca a chi la formula il diritto di scegliere anche la cura.

D’altro canto, finché quel passaggio non c’è, l’art. 8 resta la norma vigente e si applica così com’è scritto. Che è poi quanto la stessa Autorità mette nero su bianco, senza chiedere a nessuno di anticipare l’esito della segnalazione.

 

 

 

 

FONTI        Gianluca Oreto       “LavoriPubblici.it”

Categorized: News