Rendicontazione: i committenti e gli appaltatori sono chiamati sempre di più a lavorare sul monitoraggio di tutti i soggetti coinvolti nelle commesse
Prevenire le situazioni di rischio nelle catene di appalti. Utilizzando la raccolta di documenti e il supporto dell’intelligenza artificiale come leve per evitare di arrivare a dover gestire situazioni patologiche. Con il rafforzamento delle forme di responsabilità solidale (retributiva, contributiva e fiscale), i committenti e gli appaltatori sono chiamati sempre di più a lavorare sul monitoraggio di tutti i soggetti coinvolti nelle commesse. Arrivando a capire immediatamente quando c’è una situazione di rischio, che faccia sospettare la presenza di irregolarità nei pagamenti o il mancato rispetto dei contratti nazionali leader di settore. A raccontare come viene strutturata questa prevenzione è il giuslavorista Enrico Maria D’Onofrio: «Per lungo tempo i committenti hanno pensato di fronteggiare i rischi legati all’appalto acquisendo il solo Durc, che veniva visto come un documento in grado di dare garanzie, perché dà una prima linea di tutela e quantomeno c’è un soggetto terzo (l’Inps) che attesta il fatto che nei versamenti contributivi la situazione è regolare. Ci sono però problemi che non sono rinvenibili attraverso il Durc». Ci sono, ad esempio, situazioni legate al rapporto di lavoro o alla sua organizzazione. Ancora D’Onofrio: «Molti committenti, allora, acquisiscono a campione buste paga anonimizzate dall’appaltatore o dei prospetti fatti dall’appaltatore, in genere semestrali o trimestrali, che attestano il numero persone addette all’appalto e i loro trattamenti, divisi per inquadramento e Ccnl applicato. Bisogna ricordare, infatti, che è fondamentale garantire che venga applicato un Ccnl strettamente connesso all’oggetto dell’appalto e stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative». La legge, infatti, attualmente impone che al personale impiegato nell’appalto venga applicato un trattamento «economico e normativo» non inferiore a quello previsto dal Ccnl leader di settore. L’applicazione di altri contratti può avere conseguenze gravi. «Si possono, poi, fare verifiche ulteriori, andando più in profondità sui documenti. Un altro elemento che può emergere – dice D’Onofrio – è, ad esempio, un problema di inquadramento del personale, perché in molte situazioni si assiste a un sottoinquadramento, o di orari di lavoro; a fronte di determinate mansioni associate a determinati inquadramenti, si possono manifestare anomalie. Accade allora che, quando gli ispettori fanno le verifiche sull’appalto, possano riscontrare orari e straordinari non riportati in busta paga». Anche se «difficilmente questi controlli possono essere gestiti dall’ufficio appalti del committente. Servono specialisti. Ed è questo il motivo per il quale molti evitano queste verifiche». Infine, dice ancora D’Onofrio, «c’è un’ultima linea di controlli, che fanno in pochi, ed è quella degli audit. In questo modo si va a verificare la gestione concreta dell’appalto. Approfondendo, ad esempio, se il personale svolge molto straordinario non remunerato. O come vengono gestiti i poteri organizzativi. Questi audit sono però delicati perché si rischia di invadere l’autonomia organizzativa dell’appaltatore». Tutto questo serve, essenzialmente, a prevenire situazioni di conflittualità nelle quali l’appaltatore risulti insolvente e venga chiamato, al suo posto, il committente; quando questo avviene vanno immediatamente congelati i pagamenti. «Si tratta – conclude d’Onofrio – di un lavoro preventivo, di controllo. Perché quando si crea la situazione problematica e l’insolvenza dell’appaltatore bisogna essere nelle condizioni di agire subito. Già nel contratto di appalto, allora, vanno inserite delle clausole che prevedano la possibilità di trattenere i pagamenti. O che consentano di finanziare il pagamento dei crediti in solidarietà con le somme che sarebbero dovute andare all’appaltatore». Meccanismi simili ci sono in ambito fiscale. Di questi parla l’avvocato tributarista, Benedetto Santacroce: «Molte imprese, non rispondendo pienamente alle regole previste dal decreto legge 124/2019 sulla raccolta di documentazione legata all’appalto, si limitano a prendere l’indispensabile e poi, quando si confrontano con l’agenzia delle Entrate, rischiano di avere problemi molto seri». Approccio diverso, invece, hanno «le imprese più strutturate – prosegue Santacroce – che stanno ragionando su come mettere insieme i documenti, anche con una visione più ampia, perché elementi come l’F24 o l’elenco dei dipendenti vanno integrati. Bisogna arricchire la documentazione di base con un monitoraggio delle società che svolgono attività in tutta la catena dei subappalti». Un esempio aiuta a capire. Dice Santacroce: «Oggi accade che un committente si affidi a un appaltatore, che poi a sua volta subappalta il suo servizio. Il committente, così, si trova ad avere presso la sua sede dipendenti della società subappaltatrice. Le contestazioni delle Entrate verso il committente riguardano spesso, allora, dipendenti di questo terzo soggetto, sul quale è utile raccogliere documenti. Bisogna monitorare in modo esatto chi sono i dipendenti che vengono presso il committente e a quale società appartengono, e questo si fa non solo con la documentazione fiscale di base ma anche con altro, ad esempio i badge di identificazione per conoscere la frequenza delle presenze». Fondamentale poi il ruolo del preposto dell’impresa all’appalto: «Questo preposto – conclude Santacroce – non raccoglie solo la documentazione contabile ma mette insieme i dati puntuali della presenza del soggetto, con un flusso di informazioni quotidiano che è elettronico. E qui sta il ruolo dell’intelligenza artificiale, che incrocia la fattura, i soggetti indicati in fattura e la persona che ha partecipato all’appalto. Da questo insieme di elementi si ottiene una capacità di reazione alle contestazioni dell’Agenzia che è molto alta».
FONTI Giuseppe Latour “Enti Locali & Edilizia”
