Domenico Asprone docente e componente della Commissione che ha elaborato le linee guida Mit spiega che «i percorsi possono essere anche brevi ed efficaci perché le competenze richieste alla stazione appaltante sono circoscritte». Ma va cambiato l’approccio
«Grazie alle Linee guida sulla gestione informativa digitale finalmente i Comuni, soprattutto quelli di piccole e medie dimensioni, possono programmare la digitalizzazione in modo consapevole, evitando letture eccessivamente formalistiche o timori di inadempienze non dovute. Un grande passo in avanti». Ne è convinto Domenico Asprone, professore presso il Dipartimento di strutture per l’ingegneria e l’architettura (Dist) dell’Università Federico II di Napoli e membro della Commissione Bim, presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici, che ha messo a punto le linee guida.
Professor Asprone, dunque siamo alle porte di una svolta?
Il Codice dei contratti pubblici ha introdotto un cambio di paradigma importante, ma era necessario un documento che ne traducesse l’impianto in indicazioni operative comprensibili e proporzionate alla realtà degli enti locali. Le Linee Guida non solo non irrigidiscono il sistema e non introducono nuovi obblighi, ma chiariscono come applicare correttamente quelli esistenti. Il valore principale è la chiarezza. In questo senso il documento persegue una logica di semplificazione concreta: chiarisce quando il Bim è realmente obbligatorio, come si gestisce il transitorio, come si coordina la prevalenza contrattuale e quali siano i passaggi organizzativi realmente necessari.
Quale impatto concreto avranno le Linee guida sull’organizzazione delle stazioni appaltanti?
L’impatto sarà soprattutto in termini di sostenibilità del processo di digitalizzazione. Le Linee Guida aiutano le amministrazioni a comprendere che la gestione informativa digitale non è un salto tecnologico improvviso, ma un percorso da costruire in modo graduale e coerente con le proprie capacità organizzative. Per i Comuni, questo significa poter programmare l’adeguamento senza forzature, evitando investimenti sproporzionati rispetto alla tipologia di interventi gestiti. Il documento introduce un criterio di proporzionalità molto chiaro: il livello di complessità digitale deve essere adeguato alla natura dell’opera e alla struttura dell’ente. La sostenibilità, quindi, non è solo economica, ma anche organizzativa e professionale. Le Linee Guida consentono alle amministrazioni di crescere per gradi, rafforzando competenze e processi interni senza creare rigidità o appesantimenti inutili. In questo senso, la digitalizzazione diventa un processo governabile e compatibile con la realtà dei Comuni, anche di quelli con risorse più limitate.
Uno dei capitoli più articolati riguarda la formazione. Cosa dovranno fare le amministrazioni?
Il messaggio è molto chiaro: la formazione deve essere mirata. Non bisogna immaginare di replicare all’interno della pubblica amministrazione i percorsi formativi tipici dei professionisti esterni o delle imprese di costruzione. Il Comune non deve diventare uno studio di progettazione Bim. Deve invece acquisire competenze specifiche legate al proprio ruolo: definizione dei requisiti informativi, gestione dell’ambiente di condivisione dati, controllo dei flussi informativi, verifica della coerenza documentale e contrattuale. Le Linee guida spiegano con precisione quali sono le figure coinvolte e quali competenze sono necessarie per ciascuna. È un passaggio fondamentale perché evita investimenti formativi generici e poco utili.
Vengono elencate diverse figure e si parla di un piano di formazione strutturato. Cosa significa in concreto per un Comune?
Significa innanzitutto che la formazione non è uniforme per tutti. Le figure individuate, dal gestore dei processi digitali al gestore dell’ambiente di condivisione dati, fino ai ruoli di coordinamento informativo, hanno responsabilità differenti e quindi necessitano di contenuti peculiari. Anche il personale amministrativo e i Rup (responsabili unici del progetto, ndr) devono comprendere i principi della gestione informativa digitale, ma con un livello di approfondimento coerente con le loro funzioni. È però importante chiarire un aspetto: pur essendo diversificati, i contenuti non sono eccessivi. L’onere formativo non è elevato. Con i partner giusti, i percorsi possono essere anche brevi ed efficaci, perché le competenze richieste alla stazione appaltante sono specifiche e circoscritte. Non si tratta di formare super esperti Bim interni, ma di comprendere alcune regole fondamentali, saper leggere correttamente i documenti informativi e governare i processi. Se ben impostata, la formazione può essere mirata, concreta e sostenibile anche per enti con risorse limitate.
Come devono muoversi i Comuni nella scelta dei percorsi formativi?
Con grande attenzione alla qualità e al metodo. Non basta scegliere un ente di formazione qualsiasi. Tra l’altro spero sia chiaro che non occorre che il personale tecnico della Pa acquisisca alcuna certificazione Bim. È fondamentale invece che chi eroga la formazione abbia esperienza nel settore pubblico e comprenda le dinamiche specifiche delle pubbliche amministrazioni. Mi permetto poi di dire che dovremmo superare definitivamente l’idea della formazione esclusivamente frontale, con lunghe sessioni online in cui il docente parla per ore. È un modello spesso poco efficace per comprendere l’innovazione della gestione informativa digitale. La modalità più utile è quella basata sull’analisi di casi studio, su problematiche concrete, su simulazioni legate a situazioni reali dell’ente. Poche ore ben strutturate, focalizzate su questioni operative, sono molto più efficaci di molte ore teoriche. La formazione deve diventare uno strumento di soluzione dei problemi, non un adempimento formale. Solo così può produrre un reale miglioramento nella capacità delle amministrazioni di governare la gestione informativa digitale.
FONTI Mila Fiordalisi “Enti Locali & Edilizia”
