Il sindacato chiede al Governo di fermare la proposta della Commissione europea: «Il provvedimento direttamente applicabile mette a rischio contratti collettivi, clausole sociali, responsabilità solidale e lotta al dumping»
No della Cgil alla bozza della proposta di regolamento unico europeo sugli appalti pubblici, arrivando a chiedere il ritiro del testo predisposto dalla Commissione europea perché, se approvato senza profonde modifiche, «rischia di smantellare una parte rilevante delle tutele costruite negli anni dal sistema italiano degli appalti». Pur riconoscendo come elemento positivo il superamento del criterio del massimo ribasso, il sindacato giudica infatti l’impianto complessivo della proposta fortemente critico sotto il profilo della tutela del lavoro.
«Il regolamento – sostiene il responsabile nazionale Contrattazione inclusiva e Appalti della Cgil, Alessandro Genovesi, – comprometterebbe l’intero impianto normativo italiano in materia di tutela dei lavoratori e di contrasto al dumping. Per questo chiediamo al Governo Meloni e a tutte le forze politiche di battersi per il ritiro della proposta».
Nel mirino finiscono soprattutto le disposizioni del Codice appalti che oggi garantiscono l’applicazione dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, l’obbligo di inserire clausole sociali per la salvaguardia dell’occupazione, la parità di trattamento economico e normativo lungo tutta la filiera degli appalti, la responsabilità solidale del committente e la possibilità di ricorrere all’in house quando più conveniente per cittadini e amministrazioni.
Per la Cgil il passaggio dal sistema delle direttive a quello del regolamento comporterebbe inoltre una significativa riduzione degli spazi di intervento del legislatore nazionale. «Si tratterebbe – sostiene Genovesi – di una sottrazione di prerogative al Governo e al Parlamento italiano, oltre che alle organizzazioni sociali che hanno contribuito negli anni a migliorare il sistema degli appalti tenendo conto delle specificità del nostro Paese».
Specificità che, secondo il sindacato, restano caratterizzate da fenomeni diffusi di lavoro nero, utilizzo di contratti collettivi cosiddetti “pirata”, elevata incidentalità sul lavoro, soprattutto nei subappalti, e persistenti rischi di infiltrazione della criminalità organizzata.
La Cgil ricorda inoltre il peso economico del settore, che in Italia vale circa 300 miliardi di euro l’anno, mentre a livello europeo supera i 2.000 miliardi, sottolineando come gli appalti pubblici debbano continuare a rappresentare uno strumento di politica industriale e sociale capace di premiare imprese innovative, lavoro stabile e qualità dell’occupazione.
Un altro punto critico riguarda la possibile convivenza di due regimi normativi differenti: quello europeo per gli appalti sopra soglia e quello nazionale per le procedure sotto soglia. Secondo Genovesi, la riforma introdurrebbe così «un doppio regime» destinato a complicare il quadro regolatorio anziché semplificarlo. Per questo il sindacato propone una strada diversa: mantenere l’impianto fondato sulle direttive europee e rafforzarne i contenuti, estendendo le tutele esistenti, a partire dal divieto di subappalto a cascata e da regole più rigorose in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
FONTI Mau.S. “Edilizia & Territorio”
