Dalle simulazioni sui prezzari regionali emergono scostamenti fino al 130% per una copertura edilizia e oltre 250 mila euro per chilometro di strada. Con la Legge di bilancio 2026 arriva il prezzario nazionale e l’Osservatorio di monitoraggio: coordinamento o nuovo equilibrio dei costi?
La Legge di bilancio 2026 ha introdotto un cambio di passo importante nel sistema degli appalti pubblici: il prezzario nazionale delle opere pubbliche e l’istituzione di un Osservatorio per il monitoraggio dei prezzari.
L’obiettivo è ambizioso e, sulla carta, condivisibile: garantire un controllo omogeneo dei costi, coordinare i prezzari regionali e promuovere equilibrio e sostenibilità economica nel tempo.
I prezzari regionali per i lavori pubblici sono documenti ufficiali redatti dalle Regioni o dalle Province autonome, che definiscono i costi unitari delle lavorazioni, materiali, noli e manodopera utilizzati negli appalti pubblici. Si tratta di strumenti fondamentali per la determinazione del costo delle opere (anche private), garantire equità e trasparenza nelle gare d’appalto e, aspetto non meno importante, garantire un livello di qualità prestabilita all’opera finita.
Ma l’analisi dei prezzi unitari oggi contenuti nei prezzari regionali mostra come il problema non sia solo la frammentazione normativa, bensì la qualità, completezza e trasparenza dei dati su cui quei prezzi si fondano.
Per far comprendere il fenomeno sono stati messi a confronto tutti gli elenchi prezzi delle opere pubbliche delle Regioni e delle Province autonome su alcune lavorazioni “comuni” su tutto il territorio nazionale.
Gli stessi materiali, prezzi molto diversi
Un primo esempio riguarda l’acciaio per armature, lavorazione standard presente in ogni cantiere pubblico:
Abruzzo: circa 1,79 €/kg
Basilicata: circa 2,37 €/kg
Campania: circa 2,53 €/kg
Calabria: oltre 2,90 €/kg
Sardegna: oltre 3,64 €/kg
Parliamo dello stesso materiale, con filiere di approvvigionamento ormai nazionali. Differenze così marcate non possono essere spiegate solo da fattori territoriali: indicano chiaramente diverse modalità di costruzione del prezzo, in particolare nella ripartizione tra materiali, manodopera e oneri indiretti.
Ancora più evidente è il caso del legno lamellare strutturale, materiale fortemente standardizzato e con un mercato di riferimento sovraregionale.
Dai dati disponibili emerge che a fronte di un prezzo medio nazionale di € 1.838,28 al mc, nella provincia autonoma di Bolzano la lavorazione costa € 1.253,13, mentre nel Lazio addirittura € 2.957,01 (il 236% di differenza!). Da notare che il prezzo definito dalla Regione Lazio si riferisce all’ultimo elenco prezzi disponibile dell’anno 2023.
Ancora una volta, il prezzo finale sembra riflettere più scelte amministrative e strutturazione delle voci che dinamiche di mercato.
Situazione analoga si riscontra per una lavorazione tradizionale come la muratura in mattoni pieni. Mentre in Basilicata il costo al mq è di € 54,82 e la media nazionale si attesta a € 97,94, in Puglia si sfiorano i 135 € e nel Lazio i 185, ovvero il triplo del prezzo più basso rilevato.
Qui la variabile decisiva non è tanto il costo del laterizio quanto il peso attribuito alla manodopera e alle spese accessorie. Ed è proprio su questo aspetto che emergono le maggiori criticità.
Per quanto riguarda il Calcestruzzo, sebbene sia notevole la differenza tra il prezzo del Piemonte (€ 167,02 al mc) e quello della Sardegna (€ 230,70), la varianza dei prezzi è meno accentuata rispetto alla media nazionale pari ad € 192,16.
In questo caso è certamente rilevante che nel panorama italiano poche aziende controllano la produzione di cemento primario con limitata concorrenza sui prezzi della materia prima.
Prendendo in esame anche alcune lavorazioni tipiche delle opere stradali – scavo di sbancamento, fondazione in misto granulometrico stabilizzato, binder e tappetino d’usura – emergono, anche in questo caso, scostamenti molto ampi.
Per lo scavo di sbancamento si passa da poco più di 3 €/mc a oltre 10 €/mc, per la fondazione stradale i valori oscillano tra circa 28 €/mc e quasi 57 €/mc mentre per il tappetino d’usura varia da poco più di 2 €/mq*cm fino a oltre 5 €/mq*cm.
Si tratta di differenze che, su grandi volumi infrastrutturali, possono generare scostamenti di milioni di euro.
Numeri alla prova
Al fine di rendere “tangibile” la differenza tra i vari elenchi prezzi regionali si è condotta anche un’analisi “aggregata” simulando il costo di una copertura di 100 mq limitatamente alle quantità stimate necessarie di acciaio (250 kg), orditure in legno (5,45 mc), calcestruzzo strutturale (3 mc) e muratura di mattoni pieni (24 mq).
I dati mostrano che il costo medio nazionale si attesta a 13.540,42 € (con una manodopera media di 2.762,71 €) con la regione più “economica” risulta essere la Basilicata (costo lavori 9.292,08 €), mentre la regione più “costosa” sarebbe il Lazio con 21.776,56 €. Analizzando il costo della manodopera, applicati allo stesso lavoro, appaiono irrealistici 711,74 € della Basilicata mentre i picchi si registrano nelle Marche (4.600,93 €), in Puglia (4.505,80 €) e del Piemonte (4.437,04 €).
La differenza tra minimo e massimo supera il 130%, un dato che rende evidente quanto l’applicazione di un prezzario rispetto a un altro possa alterare sensibilmente il quadro economico.
Confrontando invece il costo di un km di strada (costituito da 4.750 mc di sbancamento, 2.850 mc di fondazione stradale, 66.500 mq*cm di strato bituminoso di base e 38000 di tappetino d’usura) il costo medio nazionale si attesta mediamente in 452.390,33 € con la regione più economica il Piemonte (331.459,75 €) e la regione più costosa la Toscana (utilizzando a riferimento i prezzi della provincia di Firenze – 600.098,44 €).
La differenza supera i 268.000 € per ogni chilometro di strada, con un divario percentuale prossimo all’80%. Per dare un’idea con quello che si risparmia in 5 km di strada in Piemonte si potrebbe costruire una scuola!
Anche qui la manodopera necessaria per costruire un km di strada, impiegando l’elenco prezzi della Sardegna, sarebbe 10.453,53 € (per altro il costo dei lavori in Sardegna sarebbe il 3° più caro in Italia con 503.339,45 €), mentre in Basilicata, su questo versante la più onerosa, sarebbe 81.820,27 €, sostanzialmente il doppio della media nazionale che si attesta a 44.580,20 €.
Dove si spende di più, dove si spende di meno (e perché)
Il confronto tra i prezzi dimostra che:
- alcune Regioni presentano sistematicamente costi più elevati su più lavorazioni;
- altre mantengono prezzi decisamente più contenuti.
Nella formulazione dei singoli prezzi ogni regione dovrebbe basarsi sul costo dei materiali, dei noli, della manodopera e alla somma di questi elementi aggiungere le spese generali (14-17%) e l’utile d’impresa (10%). Certamente non è la differenza della percentuale delle spese generali che giustifica gli scostamenti rilevati; per altro la maggior parte delle regioni le hanno fissate al 15%, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana al 16% e solo la Campania al 17%.
Ovviamente il tutto dovrebbe basarsi sulla rilevazione dei prezzi elementari presso i produttori, definirne il prezzo medio, determinare la quantità di manodopera necessaria alla lavorazione e applicare a quest’ultima il costo relativo dai Contratti Collettivi di riferimento.
Per come sono state scelte le voci confrontate, la differenza non si gioca sulle caratteristiche dei materiali (confrontati secondo rigidi criteri tecnico-prestazionali di riferimento), e neanche su ciò che il prezzo include o non include, infatti per un corretto confronto i prezzi sono stati resi “confrontabili” applicando eventuali maggiorazioni/riduzioni previste.
Certamente, però, la componente più variabile resta il lavoro umano, nonostante questo sia regolato dai contratti collettivi nazionali. È di tutta evidenza che per eseguire la stessa lavorazione, indipendentemente dalla dislocazione geografica del potenziale cantiere, ad esempio, per eseguire il getto di un mc di calcestruzzo, non possa esserci una quantità di manodopera necessaria variabile tra i poco più di 4 € della Basilicata o delle Marche ed oltre 33 € della provincia di Trento o i 40€ del Molise.
Dati mancanti, aggiornamenti in ritardo e manodopera invisibile
L’analisi dei prezzari mette in luce un ulteriore elemento critico: la disomogeneità e incompletezza dei dati disponibili.
Inoltre:
- alcune Regioni non rendono disponibili i prezzi di determinate lavorazioni, come il legno lamellare o la semplice muratura in mattoni pieni;
- altre risultano in ritardo nell’aggiornamento del prezzario, utilizzando valori che non riflettono più il mercato reale;
- diversi prezzari non esplicitano il costo della manodopera, limitandosi a indicare un prezzo “finito”.
Quest’ultimo punto è forse il più grave, perché impedisce qualsiasi verifica seria sulla congruità della manodopera. Senza conoscere quanta parte del prezzo è attribuibile al lavoro, non è possibile:
- confrontare i prezzi con i tempi reali di esecuzione;
- verificare la coerenza con i CCNL;
- effettuare controlli efficaci su legalità e sostenibilità dei contratti.
Comunque dall’analisi dei dati aggregati le regioni con costi complessivi più elevati sono il Lazio, il Veneto, e la Sardegna, mentre con costi più contenuti si collocano Basilicata, Molise, Abruzzo, Calabria e Umbria.
Il prezzario nazionale come strumento di coordinamento
È proprio per rispondere a queste criticità che la Legge di bilancio 2026 introduce il prezzario nazionale, aggiornato annualmente e costruito secondo criteri omogenei. Il prezzario nazionale non sostituisce quelli regionali, ma:
- fornisce stime di riferimento;
- individua soglie di variazione territoriale;
- impone di motivare gli scostamenti rispetto ai valori nazionali.
In altre parole, il prezzo diventa una scelta tecnica che deve essere argomentata, non un numero dato per scontato.
Il tema non è essere favorevoli o contrari al prezzario unico nazionale. Il tema è comprendere l’impatto economico di uno strumento che, se non calibrato correttamente, può produrre effetti moltiplicativi sulla spesa pubblica.
Il ruolo decisivo dell’Osservatorio
Accanto al prezzario nazionale nasce l’Osservatorio per il monitoraggio dei prezzari delle opere pubbliche, con il compito di:
- raccogliere e confrontare i dati sui costi;
- monitorare l’aggiornamento dei prezzari regionali;
- verificare la coerenza delle revisioni prezzi;
- analizzare le dinamiche di mercato che incidono sulla formazione dei prezzi.
Un passaggio cruciale, perché senza dati completi e confrontabili nessun prezzario può dirsi realmente efficace.
Nel caso delle infrastrutture, una differenza di 200–250 mila euro per chilometro significa che, su programmi pluriennali di centinaia di chilometri, l’impatto sui conti pubblici può raggiungere decine o centinaia di milioni di euro.
La lezione del Superbonus e la responsabilità dei tecnici
L’esperienza del Superbonus ha dimostrato quanto facilmente il prezzo “ufficiale” possa trasformarsi in leva speculativa, se usato come soglia massima e non come riferimento critico.
Il prezzario nazionale potrà evitare il ripetersi di queste distorsioni solo se sarà accompagnato da:
- trasparenza nella composizione dei prezzi,
- disponibilità dei dati sulla manodopera,
- responsabilità tecnica nell’applicazione.
Perché un prezziario, anche nazionale, non è una verità assoluta. È uno strumento, e come tale va interpretato.
Se il riferimento nazionale fosse fissato su valori prossimi alle fasce più alte, si produrrebbe un effetto di trascinamento verso l’alto dei quadri economici. Se fosse tarato verso il basso, alcune realtà territoriali potrebbero trovarsi in condizioni di scarsa sostenibilità operativa.
La vera domanda resta sempre la stessa: non solo quanto costa un’opera, ma cosa c’è dentro quel costo. Con buona pace se, ad esempio, la Sardegna ha prezzi elementari più elevati su cui inevitabilmente incide il costo di trasporto sull’isola.
E finché la manodopera resterà invisibile o comprimibile, nessun sistema di prezzi potrà dirsi davvero equo, sostenibile e controllabile.
FONTI Paolo Moressoni “LavoriPubblici.it”
